martedì 28 marzo 2017

Non cancellate i Comuni!


In relazione allo studio di pre-fattibilità avviato dai Comuni di Castello d'Argile, Pieve di Cento, Galliera e San Pietro in Casale per l'eventuale fusione dei suddetti Comuni, come cittadina di Castello d'Argile e studiosa di storia locale, già consigliere comunale e assessore dal 1995 al 1999, desidero esprimere la mia più profonda contrarietà a tale ipotesi di fusione.
La mia contrarietà nasce da valutazioni di carattere istituzionale, simbolico e pratico, di fruibilità e di controllo dei servizi pubblici da parte dei cittadini e dei propri rappresentanti.
Sul piano istituzionale sostanziale e simbolico considero innanzitutto la cancellazione dell'autonomia comunale una grave e irreversibile privazione della secolare identità e rappresentatività delle comunità locali, non giustificata da alcuna esigenza sociale, economica e di relazione.
Cancellare i Comuni significa cancellare la storia d'Italia e il fondamento dell'organizzazione territoriale fissato dalla Costituzione democratica italiana.

UN CENNO DI STORIA
Mi pare opportuno ricordare che le comunità locali di Argile e Mascarino, pur presenti e attive e documentate da oltre un millennio, furono ridotte ai minimi termini e in assoluta povertà nei secoli dal 1400 agli inizi del 1800, in quanto private di ogni autonomia politica ed economica e di rappresentanza locale, in condizione di totale dipendenza dal Senato e dal Legato pontificio di Bologna.
Solo dopo l'istituzione del Comune di Castello d'Argile nel 1828 (dopo la breve esperienza della prima “municipalità” napoleonica e alcune brevi diverse aggregazioni subito tramontate), con Venezzano incorporato come frazione, e una prima rappresentanza di Consiglio comunale locale, il paese ha cominciato a crescere, come popolazione, come attività economiche e con nuove case e botteghe; crescita poi via via consolidata e sempre aumentata nel periodo seguito all'Unità d'Italia, con amministrazioni comunali locali gestite da Sindaci, Giunte e Consigli comunali che, pur in situazioni di difficoltà generali nazionali, e anche tra lotte e contrasti interni, maggioranze e opposizioni, hanno sempre saputo e voluto far crescere il paese, a cominciare dalla importante costruzione del primo Municipio nel 1874, con antistante Piazza, per dare finalmente un più efficace servizio pubblico, vicino ai cittadini, concreta visibilità e valore simbolico all'istituzione Comune. La nuova Costituzione della Repubblica Italiana, in vigore dal 1948, ha poi disegnato in modo esemplare, sulla falsariga di quella disegnata nel 1861 da Marco Minghetti, le ripartizioni territoriali dello Stato in Regioni, Province e Comuni, con relative distinte funzioni amministrative decentrate (Titolo V).

Oggi il nostro Comune ha 6.500 abitanti (popolazione raddoppiata negli ultimi decenni) ed è dotato di buoni servizi pubblici locali, di trasporto e in buon collegamento con servizi sovracomunali come gli ospedali e con la città capoluogo Bologna; servizi che necessitano certamente di miglioramenti e ampliamenti e miglior gestione, anche a seguito dell'incremento di popolazione. Ma non ha alcun interesse o bisogno di rinunciare alla propria autonomia comunale, al proprio nome, al proprio Sindaco e Consiglio, per annullarsi in uno strano accorpamento artificioso con altri 3 comuni, che determinerà un inevitabile conseguente spostamento altrove della sede principale decisionale, una ridotta rappresentanza locale subordinata ad altre rappresentanze interessi e decisioni altrui, e un ulteriore allontanamento dei cittadini dalla nuova istituzione, minor interesse alla partecipazione alle elezioni amministrative e alla elezione di un sindaco che non sarà un concittadino. Difficile che in tali condizioni di subordinazione, scollamento e lontananza si possa sperare in un miglioramento dei servizi locali.

ACCORPAMENTI TERRITORIALI DEL PRESENTE E DEL PASSATO, FATTI E CANCELLATI

Il Comune di Castello d'Argile fa già parte, insieme ad altri 7 Comuni del circondario bolognese, dell'Unione Reno-Galliera (composta dai comuni di Argelato, Bentivoglio, Castello d'Argile, Castel Maggiore, Galliera, Pieve di Cento, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale (sede amministrativa dell'Unione), istituita nel 2008 ente pubblico territoriale dotato di personalità giuridica, per la gestione associata di alcuni servizi pubblici: polizia municipale, protezione civile, servizi alle imprese, servizi informatici, gestione del personale, pianificazione territoriale e urbanistica.
Inoltre è stato da poco inserito nella Città Metropolitana di Bologna, istituita nel 2014 per effetto di una legge che si proponeva in sostanza di superare e sostituire la Provincia, ente amministrativo intermedio secolare che si voleva abolire definitivamente con una legge di riforma costituzionale che non è però stata approvata col recente referendum del 4 dicembre 2016. A tutt'oggi, pur in una situazione di incertezza normativa generale e amministrativa di ambito provinciale, resta il fatto che il nostro, insieme agli altri 55 comuni dell'ex Provincia, è parte della città metropolitana, la cui massima autorità è il sindaco di Bologna, coadiuvato da un Consiglio metropolitano eletto a suffragio ristretto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei 55 Comuni.
Prima di pensare ad imbarcarsi in una ipotesi di fusione di Comuni andrebbe fatta innanzitutto una verifica del funzionamento dei suddetti nuovi enti, Unione e Città metropolitana, valutando costi e benefici reali e problemi emersi.

La prudenza si rende necessaria anche alla luce del fallimento o comunque della cancellazione di tante aggregazioni territoriali sperimentate in passato, a cominciare dai Comitati Comprensoriali istituiti dalla Regione nel 1975, come organi intermedi di pianificazione, tra i quali il Comprensorio della Pianura bolognese con sede a S. Giorgio di Piano a cui il nostro comune fu aggregato. Istituzione abbandonata nel 1984, con il trasferimento delle sue funzioni alla Provincia e a nuove Assemblee di comuni. Parallelamente si istituirono le Comunità montane, e poi i Consorzi Socio Sanitari e i Distretti Scolastici, che pure avevano una loro motivazione logica derivata da esigenze di coordinamento funzionale per settori specifici (servizi sanitari, scuole..). Ma anche queste aggregazioni sono state cancellate e sostituite da altre.
Poi sono subentrate le Unità Sanitarie locali, i cui ambiti e confini territoriali sono stati cambiati più volte, dalla Usl 30 di Cento alla Usl 25 di S. Giorgio di Piano, per confluire infine nella attuale Azienda sanitaria di Bologna con 46 comuni.
Mi pare che si sia perso, o sprecato, già abbastanza tempo e risorse in questo fare e disfare aggregazioni territoriali, senza una approfondita verifica di costi e benefici, partendo da disegni verticistici e mai da esigenze di base, zigzagando una volta verso il decentramento e una volta verso la centralizzazione e le unificazioni.

Per inciso, ricordo anche che già ci fu un tentativo di annessione del Comune di Castello d'Argile a quello di Pieve nel 1928-29; tentativo prontamente respinto dal Podestà del tempo e dai cittadini. Anche l'ipotesi di unificazione di Galliera con S.Pietro in Casale, di cui si è parlato negli anni scorsi, era caduta nel dimenticatoio per le difficoltà e resistenze emerse.

QUALE FUSIONE, E PERCHE'?
Ora si ipotizza addirittura una fusione di 4 comuni sulla falsariga della legge nazionale del 2014 che istituiva le città metropolitane e dava anche indicazioni e incentivi economici alle fusioni di Comuni , recepite poi nel 2015 da legge regionale n. 13 dell'Emilia-Romagna, riordinando precedenti norme in
materia del 1996 e del 2012, in una prospettiva di possibile risparmio dei costi delle amministrazioni e dei servizi pubblici.
Ora posso capire la opportunità o la necessità di unire anche sul piano istituzionale Comuni molto piccoli, con un numero ridotto di abitanti, talora in fase di spopolamento, e non più in grado di sostenere una propria amministrazione autonoma.
Ma non mi sembra che tale necessità possa riguardare Castello d'Argile e gli altri Comuni della proposta. Faccio rilevare che, dalle statistiche più recenti, risulta questa situazione: 

- Comune di Castello d'Argile: 6.552 abitanti, su un territorio di 29 km quadrati, con una densità media di 225 abit. per kmq ; costituita da capoluogo Argile e una frazione, Mascarino-Venezzano.

- Comune di Pieve di Cento: oltre 7.013 abitanti su un territorio di 15,94 kmq, con una densità di 439 ab. per kmq; nessuna frazione.

- Comune di Galliera: 5.400 abitanti circa su un territorio di 37 kmq, con una densità di 146 abit. per kmq; 3 frazioni: S. Venanzio (capoluogo), Galliera vecchia, San Vincenzo.

- Comune di San Pietro in Casale: 12.200 abitanti circa su un territorio di 65 kmq, con una densità di 185 ab. per kmq.; 10 frazioni: capoluogo, Asia, Cenacchio, Gavaseto, Maccaretolo, Massumatico, Poggetto, Rubizzano, S. Alberto, S. Benedetto,

Anche guardando, oltre ai dati, la carta geografica, non si capisce come questa aggregazione possa costituire un “ambito ottimale”, se non per una mera contiguità di confini, valida solo per alcuni e non per altri, distanti e senza alcun rapporto relazionale. Senza contare che le relazioni e la comunanza di servizi ci legano maggiormente a Comuni che resterebbero fuori dalla fusione, come ad esempio il contiguo Voltareno e Argelato capoluogo, e Bentivoglio e Cento (FE) per la presenza di ospedali frequentati abitualmente dai cittadini di Castello d'Argile.

Ambito ottimale” di ogni Comune è quello esistente e ormai consolidato da un lungo percorso storico; e non tanto per un chiuso arroccamento campanilistico e municipalistico fine a se stesso, ma perché l'istituzione Comune è più che mai oggi, in tempi di globalizzazione, emigrazioni e immigrazioni, con sradicamento di tante fasce di popolazioni, l'unico baluardo che può tentare di mantenere o far recuperare una vita di comunità, necessaria per bilanciare il senso di estraniamento e distacco dei cittadini da istituzioni lontane e sorde ai loro bisogni.

Non vanno sottovalutati anche i problemi burocratici e le complicazioni che sorgerebbero dal cambio di denominazione dei 4 comuni, per le successive modifiche e aggiornamenti necessari per indirizzi, su atti demografici, catastali e notarili di proprietà che si trascinerebbero per anni.

Detto questo, fatto salvo il Comune come istituzione autonoma e con propri rappresentanti eletti, si faccia pure ogni sforzo che risulti utile per coordinare o unificare singoli servizi che, con le dovute verifiche, possano consentire risparmi senza dequalificarsi o scomparire.
L'incentivo economico alla ipotizzata fusione, per quanto assolutamente vago e non quantificabile preventivamente, da spalmare sul territorio più vasto, deriverebbe comunque da denaro pubblico erogato da Regione o Stato, quindi sempre dalle tasche dei cittadini, e vanificherebbe i presunti risparmi in sede locale.
Per diminuire davvero i costi della politica, a livello generale e locale, si taglino o si impediscano eventuali ruberie, corruzione, abusi, inefficienze, sprechi per mancati controlli, ecc., ma non i costi del regolare funzionamento della democrazia (lo stipendio di 3 sindaci e i modesti compensi dei consiglieri, lo stipendio dei dipendenti comunali...), se contenuti in ambiti ragionevoli e giustificati.
Il gioco non vale la candela, perché ciò che si sacrificherebbe con la cancellazione dei Comuni è molto più importante e irreversibile. 
Magda Barbieri 

martedì 13 dicembre 2016

Governo Gentiloni o Renzi-bis?


Eureka! Abbiamo un "nuovo" Governo, costituito con la velocità di un lampo. Oddio, proprio nuovo nuovo non è , visto che 13 dei 18 ministri sono gli stessi del governo precedente. L'unica novità, se così si può chiamare, è il nome del Capo del Governo: Paolo Gentiloni, già Ministro degli Esteri, e fedele alleato di Renzi, al posto di Matteo Renzi, che resta comunque segretario del partito di maggioranza e ha tirato le fila di tutta la sceneggiata e ha ottenuto pure la conferma o la promozione di ministri che proprio non avevano brillato nell'azione del governo precedente e nei risultati delle loro riforme.
A questo punto sono consentite (si spera), tutte le battute: squadra che perde non si cambia, governo fotocopia, tanto rumore per nulla, la montagna ha partorito il topolino, o anche, il Re(nzi) ha abdicato a favore del Conte (Gentiloni), che comunque a lui ubbidirà.
Valeva la pena tenere sotto sequestro mediatico e politico un Paese per 6 mesi di campagna elettorale, spendere non so quante centinaia di milioni in propaganda per far approvare una riforma costituzionale che gli italiani hanno sonoramente bocciato, per ritrovarci con questo rimpastino di governo alla democristiana, e con un Paese ancor più incattivito e diviso tra guelfi ( orfani pro Renzi ) e ghibellini (contro Renzi) e un PD ancor più diviso e animato da opposti rancori? Non sarà facile rimediare ad un errore politico grande come un palazzo, perdipiù ora ripetuto con la perseveranza di chi non è mai sfiorato dall'ombra del dubbio di avere sbagliato, nè dalla volontà di tenere conto e cercare di capire le ragioni di una sconfitta, e quindi "cambiare", contraddicendo i proclami di "cambiamento"promessi (ma sono sempre gli altri che devono cambiare...). Anzi, già oggi in una mezza intervista telefonica concessa al direttore di QN, Renzi rovescia la frittata e dà la colpa del ritorno alla "prima Repubblica" al fatto che non è stata approvata la sua riforma. 
Come se il sostituire l'attuale Senato con il "senaticchio" striminzito composto da un misto di nominati, consiglieri regionali e sindaci,  ipotizzato dalla sua riforma, fosse  da considerare un basilare rinnovamento della politica...
Si può dire che la faccia tosta non gli manca?
Resta quindi una grande amarezza nel constatare che in questo Paese nulla cambia, che anche i rottamatori che tuonano contro l'attaccamento altrui alle poltrone sono attaccatissimi alle proprie, non mollano l'osso del potere, all'insegna della massima del marchese del Grillo "io sono io e voi non siete un c...."
Si mette in scena, la notte del 5 dicembre a scrutinio appena iniziato la performance delle dimissioni promesse e sbandierate a pieni polmoni per mesi, con la lacrima sul viso per mostrare al popolo la recita della propria coerenza con la parola data, evocando ritorni in famiglia a portare a scuola i figlioletti, senza più un lavoro e uno stipendio, si favoleggia di scatoloni per sgombrare Palazzo Chigi, e il giorno dopo si è già nello stesso palazzo (Mattarella consenziente) a gestire la successione da vincitore come se non fosse successo niente e non avesse perso una sfida assurda per cui tenuto in ostaggio l'Italia per mesi, evocando catastrofi e sfracelli nel caso l'avesse persa. E così lo tsunami è diventato fresca brezza che farà navigare col vento in poppa la navicella del nuovo governo.
Cari italiani, fatevene una ragione. Abbiamo scherzato.

Il 60% di No ad una brutta riforma costituzionale, e , in subordine ma evidente, a un governo insoddisfacente, è servito sì ad impedire che quella riforma fosse attuata (e meno male...) ma non è servito certo a cambiare il costume politico, nè le persone, nè i metodi.
Per concludere, solo due osservazioni: la ex ministra Maria Elena Boschi , intestataria della riforma costituzionale, e la  veneranda senatrice Anna Finocchiaro, relatrice  della stessa riforma bocciata a furor di popolo dal voto popolare, sono state  promosse rispettivamente a Sottosegretario  l'una e a Ministro l'altra, e questo suona come uno schiaffo  con beffa ai 19 milioni italiani, di ogni ceto, colore o convinzione politica, che hanno votato NO.
Tutta da interpretare la nuova imprevista investitura a ministro dell'Interno di Marco Minniti,  dalemiano di lungo corso, che fu il mediatore che portò Cossiga nel centrosinistra e agli accordi nelle segrete stanze (complice anche Bertinotti) che fecero cadere il governo Prodi nel 1998 e creare un nuovo Governo capeggiato da D'Alema con l'appoggio di Cossiga e di un suo partitino l'UDR, creato ad hoc. Poi Minniti ebbe sempre incarichi importanti da tutti i governi nei Servizi più o meno segreti e di Sicurezza nazionale . Questa promozione in prima fila di un personaggio come Minniti, con le sue relazioni, fa pensare  che questo governo Gentiloni/Renzi-bis non sarà un governo di transizione destinato solo per preparare una nuova legge elettorale e nuove elezioni a breve, ma  taglierà molte ali  e propositi di rivolta o dissenso all'interno del PD.

domenica 13 novembre 2016

Umberto Veronesi, una vita e una fede per la scienza e la ragione

E' la foto con dedica-messaggio  che i famigliari di Umberto Veronesi hanno  diffuso ieri a mezzo stampa per ringraziare tutti gli italiani che hanno partecipato al loro cordoglio per la perdita del loro caro congiunto. Non posso esimermi dall'esprimere anch'io la mia stima e la mia gratitudine per  per questo grande italiano che ci ha lasciato ( a 90 anni, a pochi giorni dalla morte della cattolica Tina Anselmi); un grande laico che ha saputo mettere in pratica, a beneficio dell'umanità, e delle donne in particolare, la sua fede nella "scienza e ragione". Una fede di cui c'è tanto bisogno, oggi più che mai, in Italia e nel mondo.
Non sto a riportare qui tutta la sua biografia, che si può trovare su Wikipedia (*) e su tanti articoli di giornali rintracciabili dai motori di ricerca su internet, oltre che sulle decine di libri e pubblicazioni scientifiche da lui scritti.
In estrema sintesi voglio ricordare solo il ruolo fondamentale che ha avuto  nella lotta contro i tumori, terapia e ricerca, in particolare introducendo una pratica chirurgica innovativa e meno invalidante  nella asportazione del tumore al seno.
Laureato in medicina e chirurgia all’università statale di Milano nel 1952 e dopo alcuni soggiorni all’estero è entrato all’Istituto nazionale dei tumori come volontario, diventandone direttore generale nel 1975. Nel 1965 ha partecipato alla fondazione dell’Associazione italiana ricerca sul cancro (Airc) e ha fondato nel 1982 la scuola europea di oncologia. È stato anche socio fondatore dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Tra i suoi numerosi incarichi, anche quello di presidente dell’Organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro dal 1985 al 1988. Nel 1991 ha fondato, diventandone direttore scientifico, l’Istituto europeo di oncologia (Ieo). Nel 2003 è stata anche istituita la Fondazione Umberto Veronesi. Numerosissimi i suoi studi relativi soprattutto al cancro al seno: Veronesi è infatti stato il primo a promuovere il rivoluzionario approccio della cosiddetta chirurgia conservativa per la cura dei tumori mammari, dimostrando come la tecnica della quadrantectomia garantisse livelli di sopravvivenza alle pazienti, purché abbinata alla radioterapia, analoghi a quelli ottenuti con l’intervento più invasivo di asportazione della mammella, la mastectomia. 

Ma non è mai mancato anche il suo impegno  di cittadino nella società, attivo per tanti altri aspetti. Dalla sua partecipazione giovanile alla Resistenza, alla sua adesione al partito socialista negli anni '80, fino al suo impegno come Ministro della Sanità nel 2000/2001 col governo Amato II, battendosi in particolare per la  approvazione di una legge contro il fumo nei luoghi pubblici; Senatore tra il 2008 e il 2011, eletto col Partitpo Democratico
Numerose le battaglie civili per sostenere  proposte in vari campi, soprattutto per la difesa di "diritti civili" secondo una ottica laica, avendo abbandonato presto la sua iniziale formazione cattolica, per dichiararsi apertamente agnostico.Vivendo quotidianamente a fronte della sofferenza di tanti e in particolare dei bambini malati di cancro, fu poi sempre convinto della "non esistenza di Dio" ; si è battuto, oltre che per curare, anche  per cercare di alleviare le sofferenze inutili  con opportune terapie  e anche appoggiando  le proposte per il diritto alla libera scelta di interrompere le cure quando non ci sia più speranza di guarigione e dignitosa sopravvivenza. Favorevole  a sottoscrivere un  "testamento biologico" e anche all'eutanasia; e coerentemente con le sue idee, negli ultimi giorni si è lasciato morire senza inutili prolungamenti terapeutici, avendo compreso di essere comunque alla fine

Tra i suoi libri in materia:
U.V. Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, Milano, Mondadori, 2005
Umberto Veronesi, Alain Elkann, Essere laico, Milano, Bompiani, 2007,
U.V, Il diritto di non soffrire. Cure palliative, testamento biologico, eutanasia, Milano, Mondadori, 2011
Favorevole   a suo tempo alla promulgazione della legge 194 sull'aborto e poi alla introduzione della pillola RU 486,  ha preso posizione  anche  per sostenere i benefici di una alimentazione vegetariana e per la legalizzazione delle droghe leggere;  sul nucleare, gli Ogm, gli incenereitori ha espresso pareri non da tutti condivisi. Ma questo non significa nulla. Si può essere d'accordo in tutto o solo in parte con una persona; ma questo non deve  distogliere dall'apprezzare  i suoi grandi meriti, che prevalgono su ogni altra considerazione su aspetti secondari e discutibili.

martedì 8 novembre 2016

Tina Anselmi, o la solitudine dei "numeri primi"

Ecco un ritratto di donna impegnata in politica che ritengo doveroso ricordare in questo mio diario-blog: Tina Anselmi, morta nei giorni scorsi e  ricordata appena dalla grande stampa con qualche articolo commemorativo e poi subito relegata sulla stampa locale per il funerale a Castelfranco Veneto, sia pur alla presenza dei presidenti di Camera e Senato.
Tina Anselmi  aveva 89 anni, tutti ben spesi (fin quando fisicamente ha potuto) con capacità, onestà e spirito di servizio per il suo Paese.
È stata prima in tutto: staffetta partigiana a 17 anni, prima ministra donna nella storia italiana nel 1976, primo politico coraggioso a cercare di chiarire il groviglio di interessi e opacità della loggia P2. A lei è dedicato il francobollo emesso il 2 giugno giorno della festa della Repubblica...
Nella sua biografia* è scritto che, figlia di antifascisti, da ragazza entrò nella Resistenza operando da staffetta partigiana nella Brigata Cesare Battisti con il nome di "Gabriella", in seguito al sentimento di sdegno e condanna provato quando fu costretta dai fascisti ad assistere alla impiccagione di giovani partigiani. Si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1944. Da sindacalista, prima con la Cgil e successivamente, dal 1950, con la Cisl, si è occupata dei lavoratori del tessile e della scuola, e nel 1959 entrò nel consiglio nazionale della Dc, di cui è stata deputata dal 1968 al 1992.
Dopo aver ricoperto la carica di ministro del Lavoro, Tina Anselmi fu ministro della Sanità nel quarto e quinto governo Andreotti e legò il suo nome alla riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Nel 1981, nel corso dell'ottava legislatura, fu nominata presidente della Commissione d'inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985.
Negli ultimi due decenni il suo nome è circolato più volte, ma senza successo, per la presidenza della Repubblica: nel 1992 fu il settimanale Cuore a sostenerne la candidatura e il gruppo parlamentare La Rete a votarla, mentre nel 2006 un gruppo di blogger l'ha sostenuta attraverso una campagna mediatica che prendeva le mosse dal blog "Tina Anselmi al Quirinale".

Ma la sua carriera politica finì là, nel lontano 1985. E non è stato un caso, o per demerito, ma una probabile conseguenza delle inimicizie che si procurò con quella coraggiosa inchiesta sulla P2. Aveva aperto un armadio con troppi scheletri imbarazzanti e ancora potenti e quindi su di lei cadde il silenzio perchè fosse dimenticata e politicamente "pensionata" (oggi si direbbe "rottamata") .


Cito tra le cose che ha dichiarato in interviste successive:
Forse molte cose che continuano a succedere possono avvenire e ripetersi proprio perché non é stata fatta ancora piena luce su quanto avevamo scoperto con la Commissione parlamentare sulla P2. In questo senso le classi dirigenti politiche che si sono succedute in questi anni hanno una grandissima responsabilità. Spesso mi chiedo: Perché non hanno voluto andare a fondo? Perché nessuno ha voluto capire cosa c’era veramente dietro? Perché nessuno ha voluto vederci chiaro dopo che in alcuni articoli pubblicati (uno anche a firma del figlio di Gelli) si é sostenuto che gli affiliati alla Loggia P2 erano molti di più di quelli che la mia Commissione aveva scoperto? Chi sono? Credo che finché non si farà piena luce su quella drammatica vicende non capiremo fino in fondo chi trama dietro le quinte e se le intercettazioni di questi ultimi mesi sono collegate e collegabili a quel potere occulto che, ne sono convinta, c’è e attraversa tanti ambiti della nostra società…anche quelli più insospettabili …. anche quelli che dicono di volersi occupare solo di ideali o di spirito.”......

 
«Nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere, se viene meno la nostra vigilanza su quel che vive il Paese, su quel che c’è nelle istituzioni. Noi non possiamo abdicare, dobbiamo ogni giorno prenderci la nostra parte di responsabilità perchè solo così le vittorie che abbiamo avuto sono permanenti».

Parole di Tina Anselmi su cui meditare soprattutto oggi, a fronte di un generale e preoccupante abbassamento del livello etico e di spirito civico e del degrado e inconsistenza della  rappresentanza politica in Italia (e non solo qui).
Mi viene anche da pensare quasi con rimpianto (anche se non sono mai stata democristiana) alla capacità diabolica della vecchia DC di mettere insieme "il diavolo con l'acqua santa", personaggi oscuri, ambigui e intriganti come Andreotti e Cossiga e altri (pochi) limpidi come Tina Anselmi.



*Vedi anche online:
- http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2016-11-01/il-rigore-una-vera-servitrice-stato-- 103911.shtml?uuid=AD1Pd8mB

 

giovedì 27 ottobre 2016

Delenda Gorino! Ma poi la natura ha distrutto altri borghi dell'Appennino...

"Delenda Carthago!" Si  distrugga Cartagine!, tuonava Catone il Censore  nel 157 a C. nella Roma che si sentiva minacciata dalla  ribellione della  forte città rivale  nordafricana.
Ieri, molto più modestamente, ma con altrettanta virulenza minacciosa e distruttiva,  mezza Italia tramite internet e stampa tuonava contro Gorino (unica frazione di Goro in provincia di Ferrara, 600 abitanti su una striscia di terra tra Po e mar Adriatico), diventata la "vergogna d'Italia" per aver messo  4 bancali di traverso sulla strada e impedito  l'arrivo di un pullmino che doveva scaricare qui 12 donne e, si diceva, 8 bambini (ma la presenza di questi bambini è risultata inventata**). Atto di ribellione stranamente riuscito perchè il Prefetto di Ferrara che aveva mandato lì il pullmino, vista l'opposizione, ha ordinato la marcia indietro e ha dirottato le migranti altrove. Apriti cielo!
"BoycottGorino!" boicottiamo Gorino! con tanto di hastag annesso, proponeva con foga e linguaggio da Santa Inquisizione nazionalpopolare un italiano per bene con un lungo post su Facebook da diffondere urbi et orbi per questa santa causa: "... Gorino vergogna, tu sei la vergogna dell'umanità, dell'Italia. Tu sei la vergogna in assoluto. Tu puzzi di fogna, tu moscon d'oro  che razzola nella merda. Tu che annulli il pensiero umano di secoli..." e via di questo passo, ottenendo tanti "mi piace " e qualche condivisione.
E non è stato il solo a scagliare strali infuocati contro gli abitanti del paesino padano, con articoli, post e commenti di lettori indignati che li definivano come minimo "razzisti", aggiungendo spesso altri aggettivi, insulti e considerazioni antropologiche su quegli abitanti rivelandosi, forse inconsapevolmente , altrettanto "razzisti", dal momento che giudicavano e condannavano sbrigativamente e aprioristicamente la gente di Gorino senza conoscerla, solo in base ad una scarna notizia di stampa divulgata poche ore prima.
E' vero che su altri siti e blog  altri lettori (l'altra metà d'Italia?) inneggiavano alla "resistenza" degli abitanti di Gorino, indicati come "eroi" e come esempio da imitare  e aggiungevano altri  aggettivi e considerazioni sui migranti "clandestini che hanno rotto" e "basta invasione", o "questa invasione è la peste del terzo millennio...potevano lasciarli morire.").
I blogger del Fatto Quotidiano non hanno perso l'occasione di sfoggiare un severo moralismo solidaristico a senso unico per scrivere, o titolare i loro pezzi, chi "Io non sto con Gorino", e "Lettera agli abitanti di Gorino, con profonda vergogna" , e un  altro "con muri e barricate paese fallito". Solo uno ha osato scrivere: "facile dare la colpa agli abitanti, ma lo Stato dov'è?"
Non sono mancati i politici  a dire che " Gorino non rappresenta l'Italia  accogliente che conosciamo", preoccupato che l'episodio offuschi la bella immagine dell'Italia che salva migliaia di vite a Lampedusa, senza preoccuparsi più di tanto poi di dove e come vanno a finire le vite salvate, e senza accorgersi che questa accoglienza indiscriminata  e mal controllata costringe comuni grandi e piccoli ad "importare" fedeli seguaci di un Islam spesso fondamentalista e succube di usi e costumi  medievali incompatibili con i nostri, lasciando crescere orrendi accampamenti e ghetti tipo Rosarno, manovalanze sottopagate in nero, futuri focolai  di disagio sociale, piccola criminalità, sfruttamento di donne discriminate e di tanti minori stranamente non accompagnati, tra cui possono emergere anche aspiranti jihadisti. Ma tutti al centro e a sinistra a dire, parola più parola meno, che "non c'è giustificazione per quanto successo" o, "nessuna comprensione per chi costruisce barricate contro chi ha bisogno".
E naturalmente papa e vescovo subito pronti ad ammonire e a ricordare l'obbligo morale dell'accoglienza.
Più prudente stavolta Renzi che si è limitato a dire "Difficile giudicare. La popolazione è stanca", forse finalmente consapevole, per un attimo, delle responsabilità che gravano anche sul governo italiano nella gestione dei migranti; anche se ora cerca, con qualche ritardo, di coinvolgere nella responsabilità, un'UE sfuggente  e divisa sul da farsi.

Certo è brutto lo spettacolo di pescatori che erigono barricate per impedire l'arrivo di un pullmino con donne migranti senza meta. Ma è brutto anche lo spettacolo di un pullmino che porta una decina di povere donne, di cui una incinta, provenienti da lontani paesi dell'Africa per confinarli (nel senso letterale del termine) nell'unico ostello di Gorino, l'ultimo sperduto avamposto ferrarese sommerso dalle nebbie del Delta del Po, tra pescatori-allevatori di vongole in eterna lotta per la sopravvivenza, tra legalità e illegalità, tra chi le semina legalmente e chi gliele ruba.
Quale "accoglienza" o possibilità di integrazione si poteva mai sperare di ottenere qui? 
Brutto lo spettacolo dei leghisti che strumentalizzano l'episodio e incitano alla guerra tra poveri, ma desolante anche lo spettacolo delle autorità e dei politici di pseudosinistra che fanno gli scandalizzati e predicano la morale dall'alto delle loro comode cattedre e non si rendono conto di quanto sia sbagliato e controproducente  imporre e pretendere un'accoglienza generosa e solidale da popolazioni di paesi in cui in cui non mancano mai fabbriche e attività che chiudono e licenziano o sottopagano e si vive una realtà quotidiana di difficoltà economiche e sociali. 
Mentre di questi "migranti" spinti qui da chissà chi da qualche anno ne continuano a sbarcare a centinaia di migliaia convinti che qui tutti possano trovare condizioni di vita migliori, con che mezzi non si sa. La "colpa" maggiore non è tanto, o non solo, della gente di Gorino o di altri che rifiutano un'accoglienza improvvisata imposta dall'alto, 10 qui, 20 o 50 là, dove si trova un edificio qualsiasi in cui parcheggiarli, ma di chi ad alto livello politico nazionale e internazionale non ha capito la portata e le conseguenze sociali ed economiche di questa ormai annosa e forzata deportazione di massa di popoli dall'Africa, dal Medio Oriente e dall'Asia all'Europa, e non ha saputo o voluto porre un freno e gestire il problema all'origine, e colpire sul serio registi e trafficanti di uomini. 
E ora fa la predica ai "polli di Renzo" con le zampe legate che si beccano tra loro.
Oggi sui giornali comincia a comparire anche qualche articolo che va a vedere l'aria che tira a Gorino, intervista un po' di gente e riconosce che forse  tanto o solo razzista non è;  qualcuno ricorda  l'ospitalità data e ricevuta in occasioni passate di alluvioni e piene del Po, le difficoltà di vita e lavoro,  recenti e di sempre,  si sottolinea l'infelice gestione delle autorità con l'invio  di quelle povere donne  in questo sperduto paesino, requisendo in poche ore e senza avvertire nessuno l'unico locale pubblico con qualche possibilità di  vita sociale e accoglienza turistica.
Ma ieri sera ci sono state nuove scosse di terremoto, e la natura, ancora una volta ha mostrato il suo lato  distruttivo infierendo su altri antichi borghi dell'Appennino dell'Italia centrale, sbattendo sulla strada altre migliaia di persone alle quali bisognerà trovare riparo e dare assistenza.
Gorino, per ora, è "salva" dalla distruzione mediatica (anche se per taluni resterà bollata per sempre come paese"razzista" ** e per altri "eroico").

**AGGIORNAMENTO DEL  6 NOVEMBRE
 A dimostrazione  della persistenza dell'eccesso di zelo accusatorio contro la gente di Gorino, un po' troppo strumentale, che anima i giornalisti anche illustri del "politicamente corretto" (ma scorretto quanto alla veridicità delle informazioni su cui  basano i loro anatemi),  sull'ultimo numero del Venerdì di Repubblica uscito il 4 novembre, Michele Serra e Enrico Deaglio hanno continuato a citare  la presenza degli 8 fantomatici bambini che avrebbero dovuto essere sul pullmino insieme alle 12 donne respinte al mittente. Bambini che non c'erano, per esplicita dichiarazione dell'Agenzia ferrarese che si occupa dei rifugiati minori; dichiarazione ignorata dalla stampa che non si è premurata di accertarsene, perchè il rifiuto di accogliere bambini  dava un ottimo pretesto per rendere più efficace il "pezzo" accusatorio e colpevolizzare la gente di Gorino. Anche questa è strumentalizzazione, di segno opposto ma pari a quella dei leghisti.

lunedì 3 ottobre 2016

Il bikini e la libertà delle donne non islamiche in Occidente

Nel pieno delle polemiche scoppiate  in seguito al caso del burkini, e mentre alcuni si affannavano ad evidenziare  la condizione di privazione della  libertà delle donne islamiche, costrette a coprirsi da capo a piedi in pubblico e pure al mare, tanti nostri intellettuali, maschi e femmine, si sono prodigati  ad evidenziare che anche le nostre donne occidentali non islamiche non sarebbero in realtà libere di vestirsi o svestirsi come vogliono, perchè costrette a indossare succinti bikini dalle mode  imposte da un "potere mercantile" che vuole il corpo femminile esibito come un umiliante "richiamo sessuale".
Esempio di questo zelo da mea culpa in confessionale nello stigmatizzare "gli stereotipi sulla libertà delle donne" , tanto da mettere sullo stesso piano i limiti alla libertà subiti dalle islamiche e quelli subiti dalle non islamiche, è un articolo di Dacia Maraini sul Corriere del 13 settembre scorso.
"E' da considerarsi una libera scelta - si chiede tra l'altro la Maraini - quella di usare un costume (tipo tanga) che mette in evidenza, spesso in maniera sfacciata  e brutale le parti più sessuate del corpo femminile?" Aggiunge poi la domanda parallela: "E' vera libertà  quella di coprirsi in modo che tutto quello che può sfiorare le parti sessuate venga nascosto e la parte non possa  mai vedere il sole?" E fin qui il dubbio amletico ci può stare.
 Ma non ci può stare  la successiva affermazione: " ...Ma se guardiamo le cose da un punto di vista culturale, ci rendiamo conto che sono due forme di costrizione molto simili..."  E la Maraini prosegue poi con  le sue equiparazioni tra i modelli  derivati da "convenzioni stereotipate" basati sul linguaggio della seduzione nel mondo occidentale  pretesa dal "mercato" e , sul fronte islamico, sulla negazione della seduzione in nome di una "religione punitiva".

No, cara signora Maraini e colleghi vari, le due "costrizioni" non sono simili e non hanno lo stesso potere di condizionamento e induzione alla sottomissione. E' sbagliato e fuorviante metterle sullo stesso piano, per non scegliere da che parte stare e non decidere, con la logica e la mancanza di coraggio di un Ponzio Pilato.

Intendiamoci, nemmeno io ignoro il potere di condizionamento delle mode, nel vestire e in tanti altri settori, diffuse dai mezzi di comunicazione, a loro volta condizionati dal "mercato". E il condizionamento è tanto più potente quanto più è debole culturalmente ed emotivamente la persona che vi è esposta (donna o uomo, giovane o adulto che sia). Ma io, donna  che vive in Occidente in un paese democratico, alle mode posso resistere e nessuno, padre, marito o prete o comunità locale o legge nazionale, mi può costringere a seguirla; mi ci posso sottrarre  come e quando voglio senza che nessuno mi punisca, o isoli,  o condanni. Anzi, nel mio piccolo, il "mercato" posso essere io stessa ad influenzarlo, comprando o non comprando certi prodotti invece di altri.

Il bikini è diffuso, ma non obbligatorio per nessuna. in Occidente. Un giorno lo posso indossare, il giorno dopo no; posso mettermi un costume intero o un pareo o un camicione; lasciare i capelli al vento o  indossare un cappellino, a seconda  della mia voglia, del mio buon gusto, o cattivo gusto, o delle condizioni del tempo. Non è una "divisa" simbolica di nulla, se non di una libertà  di esibire, vestire o svestire il proprio corpo, che può a volte anche sconfinare nel cattivo uso della libertà (e succede, ma è male minore, di scelta personale e, volendo, rimediabile).
Ma sempre libertà è, sostanziale e fondamentale, che i nostri intellettuali, sempre troppo pronti a colpevolizzare la nostra "civiltà"  (di cui pure sono  protagonisti corresponsabili e beneficiari), inclini al masochismo e ad un  assurdo timore reverenziale e ad  una  preventiva  sottomissione alla retriva "cultura" islamica (talvolta in certi Stati sconfinante nella barbarie, nella crudeltà e nell'ingiustizia  istituzionalizzata contro le donne), dovrebbero difendere a voce alta e senza se e senza ma.
Quando le donne islamiche, nei paesi del Medio Oriente e in Occidente, potranno godere delle stesse nostre libertà, allora si potranno  fare certi parallelismi o equiparazioni, che oggi come oggi sono sbagliatissimi.

Lo stesso dicasi a proposito  dei tanti, troppi, casi di violenza sulle donne e dei femminicidi, ancora così frequenti nel mondo occidentale, che testimoniano il persistere di una mentalità  maschilista aggressiva e possessiva, dura a morire nonostante l'evoluzione culturale, il contesto sociale e le tutele legislative volte ad affermare l'uguaglianza e la difesa dei diritti delle donne.
C'è ancora tanto da fare per sconfiggere questa propensione alla sopraffazione maschile anche in Occidente, ma guardando avanti, per migliorare, non certo guardando indietro  o adeguandosi ai "detti" e agli esempi di vita famigliare del profeta Maometto di 1400 anni fa ( o imitando i Paesi dove a tutt'oggi vige la sharia). Diventiamo "come loro", se accettiamo quel che vogliono "loro", non se cerchiamo di impedire (anche con qualche divieto ben motivato) che facciano prevalere le "loro" discriminanti e punitive imposizioni. 
Posso concordare con Dacia Maraini quando scrive che " La vera libertà consisterebbe nello stare comodi, nella possibilità di muoversi liberamente, di prendere il sole senza fare il verso alle peggiori pubblicità della seduzione mediatica, nello stare in armonia sfuggendo sia al linguaggio delle ideologie che del mercato".
Ma ribadisco che, mentre è possibile per le donne in Occidente sfuggire alle imposizioni del mercato, alla maggior parte delle donne islamiche è precluso ancora oggi sottrarsi alle imposizioni e ai condizionamenti delle ideologie politico-religiose e tradizioni millenarie, anche se fuori tempo e fuori luogo, punitive e scomode, discriminanti e inopportune. 
E gli "intellettuali" dell'Occidente non fanno nulla per aiutarle  o convincerle a liberarsene, anzi le spingono a restare sottomesse in eterno dicendo loro che in fondo anche noi non siamo libere coi nostri bikini.... Che è come dire: Quindi care islamiche tenetevi pure i vostri burka, burkini, chador, abbayah e fazzolettoni in testa, volenti o nolenti, libere o non libere, è affar vostro.... Noi ce ne laviamo le mani...

giovedì 22 settembre 2016

Il Burkini e la falsa libertà del vestire delle donne islamiche in Occidente.

E' stato l'argomento - tormentone dell'estate 2016 questo del cosiddetto "burkini", neo costume da bagno  inventato recentemente -si è detto -  per permettere alle donne islamiche osservanti di fare il bagno in piscina o al mare, nel rispetto di quella interpretazione  del Corano più restrittiva che impone alle donne di non esporre in pubblico i propri capelli e non un centimetro di pelle scoperto (a parte il viso, mani e piedi a seconda dei casi).
Il tormentone è scoppiato intorno a ferragosto, dopo che alcuni sindaci della Costa Azzurra avevano emanato un decreto che vietava questo tipo di costume, o tuta integrale, nelle relative spiagge, adducendo motivi di sicurezza,  in seguito alla terribile strage di metà luglio a Nizza, quando un  folle islamico in nome di Allah e dell'ISIS ha deliberatamente travolto e schiacciato con un camion centinaia di persone, sulla Promenade des Anglais, uccidendone 85 e ferendone oltre 250.  Subito si è scatenato il dibattito ( in Occidente ne siamo i campioni) tra favorevoli e contrari, con  la consueta  contrapposizione pregiudiziale ideologica tra  cosiddetta "sinistra" liberal, contraria al divieto, e la destra più xenofoba e antiislamica (più qualche battitore libero isolato come me), favorevole.
Questa contrapposizione pregiudiziale a mio parere ha falsato il dibattito, portandolo su motivazioni talora superficiali o mal riposte o strumentali a fini di favorire la propria parte politica e quindi perdendo di vista il valore politico e giuridico più ampio e importante che l'argomento, e l'oggetto del divieto, apparentemente futile, nascondeva.
Quando poi è stata pubblicata  una foto che ritraeva poliziotti francesi nell'atto di imporre ad una  donna musulmana di togliersi  una delle  fasciature che le avvolgevano la testa, in esecuzione del  divieto emesso dal sindaco, apriti cielo, è scoppiato uno scandalo internazionale!
Manco l'avessero denudata! E via con una serie di articoli di biasimo  per i cattivi poliziotti e sindaci francesi, autori di una simile "discriminazione e privazione di libertà personale" paragonabile a quelle che le donne islamiche subiscono nei paesi dove vige la legge coranica, che obbliga le donne e coprirsi da capo a piedi  quando escono di casa e in qualsiasi luogo pubblico.  
"Siamo come loro!!" subito hanno tuonato affranti i nostri "liberal" e le nostre ex femministe quasi convertite all'islam; e a dar loro man forte è intervenuto subito il Consiglio di Stato francese che, turbato dal fatto che  la Francia, patria della libertè ed egalitè, potesse apparire come un regime tirannico, ha  disposto la sospensione del divieto dei sindaci bollandolo come atto discriminatorio che  ledeva la libertà di religione delle donne musulmane (ma qualche sindaco ha resistito e l'ha mantenuto).
Infine si è aggiunto nientemeno che l'Alto Commissariato dell'Onu per i diritti umani  dell'ONU, che, con la velocità del fulmine, è subito intervenuto a bacchettare i sindaci francesi colpevoli di aver emanato un'ordinanza che "discrimina le donne musulmane, alimenta l'intolleranza religiosa e non serve per la sicurezza".
 Capirai! Tanto zelo e velocità di intervento per difendere un capo di abbigliamento che più che a un costume da bagno somiglia  alla divisa di un combattente dell'ISIS,  da parte in un organismo internazionale che si muove abitualmente a passo di lumaca e non vede e non sanziona mai le gravissime violazioni dei diritti umani compiute nei paesi islamici, si spiega però molto bene se si ricorda che  il presidente di questa istituzione è un principe giordano, musulmano, mentre il presidente del Comitato consultivo del Consiglio ONU per i dirirtti umani è il principe saudita Faisal Bin Hassan Thad, ambasciatore dell'Arabia presso le Nazioni unite. Due  grosse volpi a guardia del pollaio.... e figuriamoci  come sono preoccupati della salute delle galline...

 Tanto perchè si sappia che siamo arrivati all'assurdo che la difesa  dei diritti umani a livello internazionale è stata affidata (o svenduta...) a esponenti di Stati, osservanti di una stessa unica religione, che non hanno nemmeno sottoscritto  la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948 e che se ne sono  confezionata una  per conto loro che subordina i diritti umani alla rigida sottomissione ai precetti del Corano. Non riconoscono quindi i diritti altrui e dei fedeli di altre religioni in casa propria, ma sono esigentissimi nel pretendere che gli Stati non islamici applichino alla lettera le  indicazioni fissate per la difesa dei "diritti" degli islamici  residenti  in Occidente, considerando diritti anche quelli che sono pretese derivate da dettami religiosi e  tradizioni arcaiche discriminanti e in contrasto con le nostre leggi e consuetudini.
Ma i fedeli di religione musulmana sono quasi un miliardo e mezzo, sparsi in ogni continente, e, pur divisi e spesso in contrasto tra loro per diverse impostazioni teologiche, rivalità territoriali, economiche e politico- religiose, sono comunque associati in una organizzazione di cooperazione  tra stati islamici che comprende  ben 57 Paesi che, quando si tratta di difendere le prerogative  della loro religione, fanno blocco  e non accettano alcuna limitazione.
Se poi si considera che alcuni di questi stati islamici, come l'Arabia Saudita e l'Iran hanno un forte potere contrattuale e di condizionamento sull'Occidente per via del petrolio che possiedono e di cui ci serviamo, e per  svariati  contratti commerciali che ci legano a loro, ecco che le questioni di principio e di libertà delle donne passano in secondo e terzo ordine e si accetta qualsiasi ricatto o pretesa.
Tornando al famigerato  discusso burkini mi pare opportuno evidenziare alcuni aspetti.

1)Burkini come costume: un'assurda e inutile provocazione, perchè non serve nè per prendere il sole, nè per fare un bagno igienico.
Guardiamo l'oggetto dal punto di vista pratico.
A che serve  indossare un burkini? A niente,
perchè, dovendo coprire tutto il corpo, non serve a prendere il sole o abbronzarsi, anzi, soprattutto se è di colore nero come quelli che si son visti in foto, surriscalda e fa sudare parecchio, per quanto sia fatto di stoffa leggera.
Se poi si vuole fare il bagno o nuotare in mare, la stoffa si inzuppa e appesantisce, rendendo quasi impossibile o quanto meno faticoso e pericoloso l'avventurarsi oltre qualche bracciata. A meno che il costume non sia dello stesso materiale  delle tute da sub, e allora va bene per le immersioni subacquee, più che per fare un igienico bagno presso la riva. E di solito i sub veri, poi, quando emergono e vogliono fare il bagno, la tuta se la tolgono.
 Sfido qualsiasi persona normale a sostenere che sia piacevole e utile dal punto di vista igienico fare il bagno vestiti, al mare, in piscina o nella vasca di casa...
Il burkini è quindi solo un indumento provocatorio di ostentazione di una appartenenza religiosa in una sede che non è luogo di culto, nè di rito, che poteva benissimo essere vietato senza infrangere il principio della libertà religiosa.

2) Il burkini non è un piccolo passo avanti nell'affermazione della libertà della donna islamica, perchè - si dice - le permette di andare al mare, cosa che non potrebbe fare senza.
Ragionamento questo, espresso anche da intellettuli e commentatori autorevoli, che non si rendono conto di quanto sia una deprimente e aberrante resa alle imposizioni e restrizioni islamiche sulle donne. A parte il fatto che, viste le considerazioni di cui sopra non è di alcun progresso o beneficio pratico andare al mare  indossando un burkini, si può affermare che la donna islamica osservante ci guadagnerebbe di più in salute a prendere il sole nel cortile di casa e a fare il bagno nella vasca di casa sua.
 Ma il punto di base che più conta è questo: come si può definire libera una donna che se non si copre da capo a piedi non può uscire di casa? Come si può in un paese libero e democratico permettere questa limitazione della libertà, anzi giustificarla e favorirla, in nome di una  ipotetica e di fatto impossibile "libertà di vestirsi come si vuole"?
 La donna islamica non è libera di vestirsi come vuole, perchè burkini, burka, chador e fazzolettoni vari sono "divise" discriminanti, per religione e sesso, in quanto distintive e caratterizzanti le sole donne musulmane; "divise" volute e imposte, direttamente o indirettamente, per condizionamento culturale-religioso tradizionale dalle comunità islamiche. Sono quindi un forte ostacolo alla integrazione sociale e  lesive del principio di uguaglianza tra uomini e donne e tra le stesse donne di religione diversa.

3) Una  società  democratica e liberale non diventa tirannica  se emette norme  che vietano abusi e discriminazioni .
Un altro argomento sbandierato dai  critici dei divieti francesi si basava sulla tesi che non è con i divieti che si favorisce la libertà delle donne musulmane, ma bisogna favorire la evoluzione ed emancipazione  culturale.
E io rispondo: magari non ci fosse bisogno di divieti! Sarebbe bello  poter combattere le battaglie  sul piano culturale e sociale senza bisogno di ricorrere a mezzi coercitivi. Ma non vedo in giro alcun impegno per favorire questa emancipazione e evoluzione culturale, anzi vedo una rassegnata politica di resa  e assuefazione alle discriminazioni e pretese islamiche.
 In ogni caso, il genere umano è quello che è, e dovunque e in ogni tempo c'è stato bisogno di Codici, penali e civili, per definire ciò che è permesso e ciò che non lo è. La differenza tra uno stato democratico e un regime dittatoriale, teocratico o militare, sta nella diversa qualità delle leggi. Ci sono leggi "liberticide" e leggi "liberatorie" e queste ultime sono necessarie in democrazia e possono comprendere divieti e sanzioni per i trasgressori. Erano forse liberticide le leggi che vietarono la schiavitù? E' liberticida una norma che vieta di servirsi di un autobus senza pagare il biglietto? Non ci sono già norme che regolamentano l'uso di uniformi, di militari, sacerdoti o dipendenti di ditte nei luoghi di lavoro, in servizio o fuori servizio? Già qualche  norma che impedisce di vestirsi come si vuole, c'è e questo  non ci rende uguali ai regimi tirannici.
Fermo restando che servirà ben altro per cambiare la mentalità maschilista, oscurantista e medievale che sta dietro alle "divise" femminili islamiche, io resto del parere che un divieto ben argomentato di indossare  vistosi abbigliamenti distintivi di una religione (qualunque religione) nei luoghi pubblici, potrebbe dare l'opportunità alle donne islamiche residenti in Occidente di provare finalmente il piacere di sentirsi più belle e libere e ben integrate nella nostra società, liberandole di quelle coperture deprimenti che le isolano e condannano ad un ruolo e ad una immagine fuori del tempo presente ( perchè se aspettiamo che le liberino mariti e imam, o che si convincano loro stesse per emancipazione  culturale spontanea e veramente libera di scegliere senza subire ripercussioni punitive in famiglia, forse non ci arriveremo mai...)