domenica 13 novembre 2016

Umberto Veronesi, una vita e una fede per la scienza e la ragione

E' la foto con dedica-messaggio  che i famigliari di Umberto Veronesi hanno  diffuso ieri a mezzo stampa per ringraziare tutti gli italiani che hanno partecipato al loro cordoglio per la perdita del loro caro congiunto. Non posso esimermi dall'esprimere anch'io la mia stima e la mia gratitudine per  per questo grande italiano che ci ha lasciato ( a 90 anni, a pochi giorni dalla morte della cattolica Tina Anselmi); un grande laico che ha saputo mettere in pratica, a beneficio dell'umanità, e delle donne in particolare, la sua fede nella "scienza e ragione". Una fede di cui c'è tanto bisogno, oggi più che mai, in Italia e nel mondo.
Non sto a riportare qui tutta la sua biografia, che si può trovare su Wikipedia (*) e su tanti articoli di giornali rintracciabili dai motori di ricerca su internet, oltre che sulle decine di libri e pubblicazioni scientifiche da lui scritti.
In estrema sintesi voglio ricordare solo il ruolo fondamentale che ha avuto  nella lotta contro i tumori, terapia e ricerca, in particolare introducendo una pratica chirurgica innovativa e meno invalidante  nella asportazione del tumore al seno.
Laureato in medicina e chirurgia all’università statale di Milano nel 1952 e dopo alcuni soggiorni all’estero è entrato all’Istituto nazionale dei tumori come volontario, diventandone direttore generale nel 1975. Nel 1965 ha partecipato alla fondazione dell’Associazione italiana ricerca sul cancro (Airc) e ha fondato nel 1982 la scuola europea di oncologia. È stato anche socio fondatore dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Tra i suoi numerosi incarichi, anche quello di presidente dell’Organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro dal 1985 al 1988. Nel 1991 ha fondato, diventandone direttore scientifico, l’Istituto europeo di oncologia (Ieo). Nel 2003 è stata anche istituita la Fondazione Umberto Veronesi. Numerosissimi i suoi studi relativi soprattutto al cancro al seno: Veronesi è infatti stato il primo a promuovere il rivoluzionario approccio della cosiddetta chirurgia conservativa per la cura dei tumori mammari, dimostrando come la tecnica della quadrantectomia garantisse livelli di sopravvivenza alle pazienti, purché abbinata alla radioterapia, analoghi a quelli ottenuti con l’intervento più invasivo di asportazione della mammella, la mastectomia. 

Ma non è mai mancato anche il suo impegno  di cittadino nella società, attivo per tanti altri aspetti. Dalla sua partecipazione giovanile alla Resistenza, alla sua adesione al partito socialista negli anni '80, fino al suo impegno come Ministro della Sanità nel 2000/2001 col governo Amato II, battendosi in particolare per la  approvazione di una legge contro il fumo nei luoghi pubblici; Senatore tra il 2008 e il 2011, eletto col Partitpo Democratico
Numerose le battaglie civili per sostenere  proposte in vari campi, soprattutto per la difesa di "diritti civili" secondo una ottica laica, avendo abbandonato presto la sua iniziale formazione cattolica, per dichiararsi apertamente agnostico.Vivendo quotidianamente a fronte della sofferenza di tanti e in particolare dei bambini malati di cancro, fu poi sempre convinto della "non esistenza di Dio" ; si è battuto, oltre che per curare, anche  per cercare di alleviare le sofferenze inutili  con opportune terapie  e anche appoggiando  le proposte per il diritto alla libera scelta di interrompere le cure quando non ci sia più speranza di guarigione e dignitosa sopravvivenza. Favorevole  a sottoscrivere un  "testamento biologico" e anche all'eutanasia; e coerentemente con le sue idee, negli ultimi giorni si è lasciato morire senza inutili prolungamenti terapeutici, avendo compreso di essere comunque alla fine

Tra i suoi libri in materia:
U.V. Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, Milano, Mondadori, 2005
Umberto Veronesi, Alain Elkann, Essere laico, Milano, Bompiani, 2007,
U.V, Il diritto di non soffrire. Cure palliative, testamento biologico, eutanasia, Milano, Mondadori, 2011
Favorevole   a suo tempo alla promulgazione della legge 194 sull'aborto e poi alla introduzione della pillola RU 486,  ha preso posizione  anche  per sostenere i benefici di una alimentazione vegetariana e per la legalizzazione delle droghe leggere;  sul nucleare, gli Ogm, gli incenereitori ha espresso pareri non da tutti condivisi. Ma questo non significa nulla. Si può essere d'accordo in tutto o solo in parte con una persona; ma questo non deve  distogliere dall'apprezzare  i suoi grandi meriti, che prevalgono su ogni altra considerazione su aspetti secondari e discutibili.

martedì 8 novembre 2016

Tina Anselmi, o la solitudine dei "numeri primi"

Ecco un ritratto di donna impegnata in politica che ritengo doveroso ricordare in questo mio diario-blog: Tina Anselmi, morta nei giorni scorsi e  ricordata appena dalla grande stampa con qualche articolo commemorativo e poi subito relegata sulla stampa locale per il funerale a Castelfranco Veneto, sia pur alla presenza dei presidenti di Camera e Senato.
Tina Anselmi  aveva 89 anni, tutti ben spesi (fin quando fisicamente ha potuto) con capacità, onestà e spirito di servizio per il suo Paese.
È stata prima in tutto: staffetta partigiana a 17 anni, prima ministra donna nella storia italiana nel 1976, primo politico coraggioso a cercare di chiarire il groviglio di interessi e opacità della loggia P2. A lei è dedicato il francobollo emesso il 2 giugno giorno della festa della Repubblica...
Nella sua biografia* è scritto che, figlia di antifascisti, da ragazza entrò nella Resistenza operando da staffetta partigiana nella Brigata Cesare Battisti con il nome di "Gabriella", in seguito al sentimento di sdegno e condanna provato quando fu costretta dai fascisti ad assistere alla impiccagione di giovani partigiani. Si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1944. Da sindacalista, prima con la Cgil e successivamente, dal 1950, con la Cisl, si è occupata dei lavoratori del tessile e della scuola, e nel 1959 entrò nel consiglio nazionale della Dc, di cui è stata deputata dal 1968 al 1992.
Dopo aver ricoperto la carica di ministro del Lavoro, Tina Anselmi fu ministro della Sanità nel quarto e quinto governo Andreotti e legò il suo nome alla riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Nel 1981, nel corso dell'ottava legislatura, fu nominata presidente della Commissione d'inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985.
Negli ultimi due decenni il suo nome è circolato più volte, ma senza successo, per la presidenza della Repubblica: nel 1992 fu il settimanale Cuore a sostenerne la candidatura e il gruppo parlamentare La Rete a votarla, mentre nel 2006 un gruppo di blogger l'ha sostenuta attraverso una campagna mediatica che prendeva le mosse dal blog "Tina Anselmi al Quirinale".

Ma la sua carriera politica finì là, nel lontano 1985. E non è stato un caso, o per demerito, ma una probabile conseguenza delle inimicizie che si procurò con quella coraggiosa inchiesta sulla P2. Aveva aperto un armadio con troppi scheletri imbarazzanti e ancora potenti e quindi su di lei cadde il silenzio perchè fosse dimenticata e politicamente "pensionata" (oggi si direbbe "rottamata") .


Cito tra le cose che ha dichiarato in interviste successive:
Forse molte cose che continuano a succedere possono avvenire e ripetersi proprio perché non é stata fatta ancora piena luce su quanto avevamo scoperto con la Commissione parlamentare sulla P2. In questo senso le classi dirigenti politiche che si sono succedute in questi anni hanno una grandissima responsabilità. Spesso mi chiedo: Perché non hanno voluto andare a fondo? Perché nessuno ha voluto capire cosa c’era veramente dietro? Perché nessuno ha voluto vederci chiaro dopo che in alcuni articoli pubblicati (uno anche a firma del figlio di Gelli) si é sostenuto che gli affiliati alla Loggia P2 erano molti di più di quelli che la mia Commissione aveva scoperto? Chi sono? Credo che finché non si farà piena luce su quella drammatica vicende non capiremo fino in fondo chi trama dietro le quinte e se le intercettazioni di questi ultimi mesi sono collegate e collegabili a quel potere occulto che, ne sono convinta, c’è e attraversa tanti ambiti della nostra società…anche quelli più insospettabili …. anche quelli che dicono di volersi occupare solo di ideali o di spirito.”......

 
«Nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere, se viene meno la nostra vigilanza su quel che vive il Paese, su quel che c’è nelle istituzioni. Noi non possiamo abdicare, dobbiamo ogni giorno prenderci la nostra parte di responsabilità perchè solo così le vittorie che abbiamo avuto sono permanenti».

Parole di Tina Anselmi su cui meditare soprattutto oggi, a fronte di un generale e preoccupante abbassamento del livello etico e di spirito civico e del degrado e inconsistenza della  rappresentanza politica in Italia (e non solo qui).
Mi viene anche da pensare quasi con rimpianto (anche se non sono mai stata democristiana) alla capacità diabolica della vecchia DC di mettere insieme "il diavolo con l'acqua santa", personaggi oscuri, ambigui e intriganti come Andreotti e Cossiga e altri (pochi) limpidi come Tina Anselmi.



*Vedi anche online:
- http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2016-11-01/il-rigore-una-vera-servitrice-stato-- 103911.shtml?uuid=AD1Pd8mB

 

giovedì 27 ottobre 2016

Delenda Gorino! Ma poi la natura ha distrutto altri borghi dell'Appennino...

"Delenda Carthago!" Si  distrugga Cartagine!, tuonava Catone il Censore  nel 157 a C. nella Roma che si sentiva minacciata dalla  ribellione della  forte città rivale  nordafricana.
Ieri, molto più modestamente, ma con altrettanta virulenza minacciosa e distruttiva,  mezza Italia tramite internet e stampa tuonava contro Gorino (unica frazione di Goro in provincia di Ferrara, 600 abitanti su una striscia di terra tra Po e mar Adriatico), diventata la "vergogna d'Italia" per aver messo  4 bancali di traverso sulla strada e impedito  l'arrivo di un pullmino che doveva scaricare qui 12 donne e, si diceva, 8 bambini (ma la presenza di questi bambini è risultata inventata**). Atto di ribellione stranamente riuscito perchè il Prefetto di Ferrara che aveva mandato lì il pullmino, vista l'opposizione, ha ordinato la marcia indietro e ha dirottato le migranti altrove. Apriti cielo!
"BoycottGorino!" boicottiamo Gorino! con tanto di hastag annesso, proponeva con foga e linguaggio da Santa Inquisizione nazionalpopolare un italiano per bene con un lungo post su Facebook da diffondere urbi et orbi per questa santa causa: "... Gorino vergogna, tu sei la vergogna dell'umanità, dell'Italia. Tu sei la vergogna in assoluto. Tu puzzi di fogna, tu moscon d'oro  che razzola nella merda. Tu che annulli il pensiero umano di secoli..." e via di questo passo, ottenendo tanti "mi piace " e qualche condivisione.
E non è stato il solo a scagliare strali infuocati contro gli abitanti del paesino padano, con articoli, post e commenti di lettori indignati che li definivano come minimo "razzisti", aggiungendo spesso altri aggettivi, insulti e considerazioni antropologiche su quegli abitanti rivelandosi, forse inconsapevolmente , altrettanto "razzisti", dal momento che giudicavano e condannavano sbrigativamente e aprioristicamente la gente di Gorino senza conoscerla, solo in base ad una scarna notizia di stampa divulgata poche ore prima.
E' vero che su altri siti e blog  altri lettori (l'altra metà d'Italia?) inneggiavano alla "resistenza" degli abitanti di Gorino, indicati come "eroi" e come esempio da imitare  e aggiungevano altri  aggettivi e considerazioni sui migranti "clandestini che hanno rotto" e "basta invasione", o "questa invasione è la peste del terzo millennio...potevano lasciarli morire.").
I blogger del Fatto Quotidiano non hanno perso l'occasione di sfoggiare un severo moralismo solidaristico a senso unico per scrivere, o titolare i loro pezzi, chi "Io non sto con Gorino", e "Lettera agli abitanti di Gorino, con profonda vergogna" , e un  altro "con muri e barricate paese fallito". Solo uno ha osato scrivere: "facile dare la colpa agli abitanti, ma lo Stato dov'è?"
Non sono mancati i politici  a dire che " Gorino non rappresenta l'Italia  accogliente che conosciamo", preoccupato che l'episodio offuschi la bella immagine dell'Italia che salva migliaia di vite a Lampedusa, senza preoccuparsi più di tanto poi di dove e come vanno a finire le vite salvate, e senza accorgersi che questa accoglienza indiscriminata  e mal controllata costringe comuni grandi e piccoli ad "importare" fedeli seguaci di un Islam spesso fondamentalista e succube di usi e costumi  medievali incompatibili con i nostri, lasciando crescere orrendi accampamenti e ghetti tipo Rosarno, manovalanze sottopagate in nero, futuri focolai  di disagio sociale, piccola criminalità, sfruttamento di donne discriminate e di tanti minori stranamente non accompagnati, tra cui possono emergere anche aspiranti jihadisti. Ma tutti al centro e a sinistra a dire, parola più parola meno, che "non c'è giustificazione per quanto successo" o, "nessuna comprensione per chi costruisce barricate contro chi ha bisogno".
E naturalmente papa e vescovo subito pronti ad ammonire e a ricordare l'obbligo morale dell'accoglienza.
Più prudente stavolta Renzi che si è limitato a dire "Difficile giudicare. La popolazione è stanca", forse finalmente consapevole, per un attimo, delle responsabilità che gravano anche sul governo italiano nella gestione dei migranti; anche se ora cerca, con qualche ritardo, di coinvolgere nella responsabilità, un'UE sfuggente  e divisa sul da farsi.

Certo è brutto lo spettacolo di pescatori che erigono barricate per impedire l'arrivo di un pullmino con donne migranti senza meta. Ma è brutto anche lo spettacolo di un pullmino che porta una decina di povere donne, di cui una incinta, provenienti da lontani paesi dell'Africa per confinarli (nel senso letterale del termine) nell'unico ostello di Gorino, l'ultimo sperduto avamposto ferrarese sommerso dalle nebbie del Delta del Po, tra pescatori-allevatori di vongole in eterna lotta per la sopravvivenza, tra legalità e illegalità, tra chi le semina legalmente e chi gliele ruba.
Quale "accoglienza" o possibilità di integrazione si poteva mai sperare di ottenere qui? 
Brutto lo spettacolo dei leghisti che strumentalizzano l'episodio e incitano alla guerra tra poveri, ma desolante anche lo spettacolo delle autorità e dei politici di pseudosinistra che fanno gli scandalizzati e predicano la morale dall'alto delle loro comode cattedre e non si rendono conto di quanto sia sbagliato e controproducente  imporre e pretendere un'accoglienza generosa e solidale da popolazioni di paesi in cui in cui non mancano mai fabbriche e attività che chiudono e licenziano o sottopagano e si vive una realtà quotidiana di difficoltà economiche e sociali. 
Mentre di questi "migranti" spinti qui da chissà chi da qualche anno ne continuano a sbarcare a centinaia di migliaia convinti che qui tutti possano trovare condizioni di vita migliori, con che mezzi non si sa. La "colpa" maggiore non è tanto, o non solo, della gente di Gorino o di altri che rifiutano un'accoglienza improvvisata imposta dall'alto, 10 qui, 20 o 50 là, dove si trova un edificio qualsiasi in cui parcheggiarli, ma di chi ad alto livello politico nazionale e internazionale non ha capito la portata e le conseguenze sociali ed economiche di questa ormai annosa e forzata deportazione di massa di popoli dall'Africa, dal Medio Oriente e dall'Asia all'Europa, e non ha saputo o voluto porre un freno e gestire il problema all'origine, e colpire sul serio registi e trafficanti di uomini. 
E ora fa la predica ai "polli di Renzo" con le zampe legate che si beccano tra loro.
Oggi sui giornali comincia a comparire anche qualche articolo che va a vedere l'aria che tira a Gorino, intervista un po' di gente e riconosce che forse  tanto o solo razzista non è;  qualcuno ricorda  l'ospitalità data e ricevuta in occasioni passate di alluvioni e piene del Po, le difficoltà di vita e lavoro,  recenti e di sempre,  si sottolinea l'infelice gestione delle autorità con l'invio  di quelle povere donne  in questo sperduto paesino, requisendo in poche ore e senza avvertire nessuno l'unico locale pubblico con qualche possibilità di  vita sociale e accoglienza turistica.
Ma ieri sera ci sono state nuove scosse di terremoto, e la natura, ancora una volta ha mostrato il suo lato  distruttivo infierendo su altri antichi borghi dell'Appennino dell'Italia centrale, sbattendo sulla strada altre migliaia di persone alle quali bisognerà trovare riparo e dare assistenza.
Gorino, per ora, è "salva" dalla distruzione mediatica (anche se per taluni resterà bollata per sempre come paese"razzista" ** e per altri "eroico").

**AGGIORNAMENTO DEL  6 NOVEMBRE
 A dimostrazione  della persistenza dell'eccesso di zelo accusatorio contro la gente di Gorino, un po' troppo strumentale, che anima i giornalisti anche illustri del "politicamente corretto" (ma scorretto quanto alla veridicità delle informazioni su cui  basano i loro anatemi),  sull'ultimo numero del Venerdì di Repubblica uscito il 4 novembre, Michele Serra e Enrico Deaglio hanno continuato a citare  la presenza degli 8 fantomatici bambini che avrebbero dovuto essere sul pullmino insieme alle 12 donne respinte al mittente. Bambini che non c'erano, per esplicita dichiarazione dell'Agenzia ferrarese che si occupa dei rifugiati minori; dichiarazione ignorata dalla stampa che non si è premurata di accertarsene, perchè il rifiuto di accogliere bambini  dava un ottimo pretesto per rendere più efficace il "pezzo" accusatorio e colpevolizzare la gente di Gorino. Anche questa è strumentalizzazione, di segno opposto ma pari a quella dei leghisti.

lunedì 3 ottobre 2016

Il bikini e la libertà delle donne non islamiche in Occidente

Nel pieno delle polemiche scoppiate  in seguito al caso del burkini, e mentre alcuni si affannavano ad evidenziare  la condizione di privazione della  libertà delle donne islamiche, costrette a coprirsi da capo a piedi in pubblico e pure al mare, tanti nostri intellettuali, maschi e femmine, si sono prodigati  ad evidenziare che anche le nostre donne occidentali non islamiche non sarebbero in realtà libere di vestirsi o svestirsi come vogliono, perchè costrette a indossare succinti bikini dalle mode  imposte da un "potere mercantile" che vuole il corpo femminile esibito come un umiliante "richiamo sessuale".
Esempio di questo zelo da mea culpa in confessionale nello stigmatizzare "gli stereotipi sulla libertà delle donne" , tanto da mettere sullo stesso piano i limiti alla libertà subiti dalle islamiche e quelli subiti dalle non islamiche, è un articolo di Dacia Maraini sul Corriere del 13 settembre scorso.
"E' da considerarsi una libera scelta - si chiede tra l'altro la Maraini - quella di usare un costume (tipo tanga) che mette in evidenza, spesso in maniera sfacciata  e brutale le parti più sessuate del corpo femminile?" Aggiunge poi la domanda parallela: "E' vera libertà  quella di coprirsi in modo che tutto quello che può sfiorare le parti sessuate venga nascosto e la parte non possa  mai vedere il sole?" E fin qui il dubbio amletico ci può stare.
 Ma non ci può stare  la successiva affermazione: " ...Ma se guardiamo le cose da un punto di vista culturale, ci rendiamo conto che sono due forme di costrizione molto simili..."  E la Maraini prosegue poi con  le sue equiparazioni tra i modelli  derivati da "convenzioni stereotipate" basati sul linguaggio della seduzione nel mondo occidentale  pretesa dal "mercato" e , sul fronte islamico, sulla negazione della seduzione in nome di una "religione punitiva".

No, cara signora Maraini e colleghi vari, le due "costrizioni" non sono simili e non hanno lo stesso potere di condizionamento e induzione alla sottomissione. E' sbagliato e fuorviante metterle sullo stesso piano, per non scegliere da che parte stare e non decidere, con la logica e la mancanza di coraggio di un Ponzio Pilato.

Intendiamoci, nemmeno io ignoro il potere di condizionamento delle mode, nel vestire e in tanti altri settori, diffuse dai mezzi di comunicazione, a loro volta condizionati dal "mercato". E il condizionamento è tanto più potente quanto più è debole culturalmente ed emotivamente la persona che vi è esposta (donna o uomo, giovane o adulto che sia). Ma io, donna  che vive in Occidente in un paese democratico, alle mode posso resistere e nessuno, padre, marito o prete o comunità locale o legge nazionale, mi può costringere a seguirla; mi ci posso sottrarre  come e quando voglio senza che nessuno mi punisca, o isoli,  o condanni. Anzi, nel mio piccolo, il "mercato" posso essere io stessa ad influenzarlo, comprando o non comprando certi prodotti invece di altri.

Il bikini è diffuso, ma non obbligatorio per nessuna. in Occidente. Un giorno lo posso indossare, il giorno dopo no; posso mettermi un costume intero o un pareo o un camicione; lasciare i capelli al vento o  indossare un cappellino, a seconda  della mia voglia, del mio buon gusto, o cattivo gusto, o delle condizioni del tempo. Non è una "divisa" simbolica di nulla, se non di una libertà  di esibire, vestire o svestire il proprio corpo, che può a volte anche sconfinare nel cattivo uso della libertà (e succede, ma è male minore, di scelta personale e, volendo, rimediabile).
Ma sempre libertà è, sostanziale e fondamentale, che i nostri intellettuali, sempre troppo pronti a colpevolizzare la nostra "civiltà"  (di cui pure sono  protagonisti corresponsabili e beneficiari), inclini al masochismo e ad un  assurdo timore reverenziale e ad  una  preventiva  sottomissione alla retriva "cultura" islamica (talvolta in certi Stati sconfinante nella barbarie, nella crudeltà e nell'ingiustizia  istituzionalizzata contro le donne), dovrebbero difendere a voce alta e senza se e senza ma.
Quando le donne islamiche, nei paesi del Medio Oriente e in Occidente, potranno godere delle stesse nostre libertà, allora si potranno  fare certi parallelismi o equiparazioni, che oggi come oggi sono sbagliatissimi.

Lo stesso dicasi a proposito  dei tanti, troppi, casi di violenza sulle donne e dei femminicidi, ancora così frequenti nel mondo occidentale, che testimoniano il persistere di una mentalità  maschilista aggressiva e possessiva, dura a morire nonostante l'evoluzione culturale, il contesto sociale e le tutele legislative volte ad affermare l'uguaglianza e la difesa dei diritti delle donne.
C'è ancora tanto da fare per sconfiggere questa propensione alla sopraffazione maschile anche in Occidente, ma guardando avanti, per migliorare, non certo guardando indietro  o adeguandosi ai "detti" e agli esempi di vita famigliare del profeta Maometto di 1400 anni fa ( o imitando i Paesi dove a tutt'oggi vige la sharia). Diventiamo "come loro", se accettiamo quel che vogliono "loro", non se cerchiamo di impedire (anche con qualche divieto ben motivato) che facciano prevalere le "loro" discriminanti e punitive imposizioni. 
Posso concordare con Dacia Maraini quando scrive che " La vera libertà consisterebbe nello stare comodi, nella possibilità di muoversi liberamente, di prendere il sole senza fare il verso alle peggiori pubblicità della seduzione mediatica, nello stare in armonia sfuggendo sia al linguaggio delle ideologie che del mercato".
Ma ribadisco che, mentre è possibile per le donne in Occidente sfuggire alle imposizioni del mercato, alla maggior parte delle donne islamiche è precluso ancora oggi sottrarsi alle imposizioni e ai condizionamenti delle ideologie politico-religiose e tradizioni millenarie, anche se fuori tempo e fuori luogo, punitive e scomode, discriminanti e inopportune. 
E gli "intellettuali" dell'Occidente non fanno nulla per aiutarle  o convincerle a liberarsene, anzi le spingono a restare sottomesse in eterno dicendo loro che in fondo anche noi non siamo libere coi nostri bikini.... Che è come dire: Quindi care islamiche tenetevi pure i vostri burka, burkini, chador, abbayah e fazzolettoni in testa, volenti o nolenti, libere o non libere, è affar vostro.... Noi ce ne laviamo le mani...

giovedì 22 settembre 2016

Il Burkini e la falsa libertà del vestire delle donne islamiche in Occidente.

E' stato l'argomento - tormentone dell'estate 2016 questo del cosiddetto "burkini", neo costume da bagno  inventato recentemente -si è detto -  per permettere alle donne islamiche osservanti di fare il bagno in piscina o al mare, nel rispetto di quella interpretazione  del Corano più restrittiva che impone alle donne di non esporre in pubblico i propri capelli e non un centimetro di pelle scoperto (a parte il viso, mani e piedi a seconda dei casi).
Il tormentone è scoppiato intorno a ferragosto, dopo che alcuni sindaci della Costa Azzurra avevano emanato un decreto che vietava questo tipo di costume, o tuta integrale, nelle relative spiagge, adducendo motivi di sicurezza,  in seguito alla terribile strage di metà luglio a Nizza, quando un  folle islamico in nome di Allah e dell'ISIS ha deliberatamente travolto e schiacciato con un camion centinaia di persone, sulla Promenade des Anglais, uccidendone 85 e ferendone oltre 250.  Subito si è scatenato il dibattito ( in Occidente ne siamo i campioni) tra favorevoli e contrari, con  la consueta  contrapposizione pregiudiziale ideologica tra  cosiddetta "sinistra" liberal, contraria al divieto, e la destra più xenofoba e antiislamica (più qualche battitore libero isolato come me), favorevole.
Questa contrapposizione pregiudiziale a mio parere ha falsato il dibattito, portandolo su motivazioni talora superficiali o mal riposte o strumentali a fini di favorire la propria parte politica e quindi perdendo di vista il valore politico e giuridico più ampio e importante che l'argomento, e l'oggetto del divieto, apparentemente futile, nascondeva.
Quando poi è stata pubblicata  una foto che ritraeva poliziotti francesi nell'atto di imporre ad una  donna musulmana di togliersi  una delle  fasciature che le avvolgevano la testa, in esecuzione del  divieto emesso dal sindaco, apriti cielo, è scoppiato uno scandalo internazionale!
Manco l'avessero denudata! E via con una serie di articoli di biasimo  per i cattivi poliziotti e sindaci francesi, autori di una simile "discriminazione e privazione di libertà personale" paragonabile a quelle che le donne islamiche subiscono nei paesi dove vige la legge coranica, che obbliga le donne e coprirsi da capo a piedi  quando escono di casa e in qualsiasi luogo pubblico.  
"Siamo come loro!!" subito hanno tuonato affranti i nostri "liberal" e le nostre ex femministe quasi convertite all'islam; e a dar loro man forte è intervenuto subito il Consiglio di Stato francese che, turbato dal fatto che  la Francia, patria della libertè ed egalitè, potesse apparire come un regime tirannico, ha  disposto la sospensione del divieto dei sindaci bollandolo come atto discriminatorio che  ledeva la libertà di religione delle donne musulmane (ma qualche sindaco ha resistito e l'ha mantenuto).
Infine si è aggiunto nientemeno che l'Alto Commissariato dell'Onu per i diritti umani  dell'ONU, che, con la velocità del fulmine, è subito intervenuto a bacchettare i sindaci francesi colpevoli di aver emanato un'ordinanza che "discrimina le donne musulmane, alimenta l'intolleranza religiosa e non serve per la sicurezza".
 Capirai! Tanto zelo e velocità di intervento per difendere un capo di abbigliamento che più che a un costume da bagno somiglia  alla divisa di un combattente dell'ISIS,  da parte in un organismo internazionale che si muove abitualmente a passo di lumaca e non vede e non sanziona mai le gravissime violazioni dei diritti umani compiute nei paesi islamici, si spiega però molto bene se si ricorda che  il presidente di questa istituzione è un principe giordano, musulmano, mentre il presidente del Comitato consultivo del Consiglio ONU per i dirirtti umani è il principe saudita Faisal Bin Hassan Thad, ambasciatore dell'Arabia presso le Nazioni unite. Due  grosse volpi a guardia del pollaio.... e figuriamoci  come sono preoccupati della salute delle galline...

 Tanto perchè si sappia che siamo arrivati all'assurdo che la difesa  dei diritti umani a livello internazionale è stata affidata (o svenduta...) a esponenti di Stati, osservanti di una stessa unica religione, che non hanno nemmeno sottoscritto  la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948 e che se ne sono  confezionata una  per conto loro che subordina i diritti umani alla rigida sottomissione ai precetti del Corano. Non riconoscono quindi i diritti altrui e dei fedeli di altre religioni in casa propria, ma sono esigentissimi nel pretendere che gli Stati non islamici applichino alla lettera le  indicazioni fissate per la difesa dei "diritti" degli islamici  residenti  in Occidente, considerando diritti anche quelli che sono pretese derivate da dettami religiosi e  tradizioni arcaiche discriminanti e in contrasto con le nostre leggi e consuetudini.
Ma i fedeli di religione musulmana sono quasi un miliardo e mezzo, sparsi in ogni continente, e, pur divisi e spesso in contrasto tra loro per diverse impostazioni teologiche, rivalità territoriali, economiche e politico- religiose, sono comunque associati in una organizzazione di cooperazione  tra stati islamici che comprende  ben 57 Paesi che, quando si tratta di difendere le prerogative  della loro religione, fanno blocco  e non accettano alcuna limitazione.
Se poi si considera che alcuni di questi stati islamici, come l'Arabia Saudita e l'Iran hanno un forte potere contrattuale e di condizionamento sull'Occidente per via del petrolio che possiedono e di cui ci serviamo, e per  svariati  contratti commerciali che ci legano a loro, ecco che le questioni di principio e di libertà delle donne passano in secondo e terzo ordine e si accetta qualsiasi ricatto o pretesa.
Tornando al famigerato  discusso burkini mi pare opportuno evidenziare alcuni aspetti.

1)Burkini come costume: un'assurda e inutile provocazione, perchè non serve nè per prendere il sole, nè per fare un bagno igienico.
Guardiamo l'oggetto dal punto di vista pratico.
A che serve  indossare un burkini? A niente,
perchè, dovendo coprire tutto il corpo, non serve a prendere il sole o abbronzarsi, anzi, soprattutto se è di colore nero come quelli che si son visti in foto, surriscalda e fa sudare parecchio, per quanto sia fatto di stoffa leggera.
Se poi si vuole fare il bagno o nuotare in mare, la stoffa si inzuppa e appesantisce, rendendo quasi impossibile o quanto meno faticoso e pericoloso l'avventurarsi oltre qualche bracciata. A meno che il costume non sia dello stesso materiale  delle tute da sub, e allora va bene per le immersioni subacquee, più che per fare un igienico bagno presso la riva. E di solito i sub veri, poi, quando emergono e vogliono fare il bagno, la tuta se la tolgono.
 Sfido qualsiasi persona normale a sostenere che sia piacevole e utile dal punto di vista igienico fare il bagno vestiti, al mare, in piscina o nella vasca di casa...
Il burkini è quindi solo un indumento provocatorio di ostentazione di una appartenenza religiosa in una sede che non è luogo di culto, nè di rito, che poteva benissimo essere vietato senza infrangere il principio della libertà religiosa.

2) Il burkini non è un piccolo passo avanti nell'affermazione della libertà della donna islamica, perchè - si dice - le permette di andare al mare, cosa che non potrebbe fare senza.
Ragionamento questo, espresso anche da intellettuli e commentatori autorevoli, che non si rendono conto di quanto sia una deprimente e aberrante resa alle imposizioni e restrizioni islamiche sulle donne. A parte il fatto che, viste le considerazioni di cui sopra non è di alcun progresso o beneficio pratico andare al mare  indossando un burkini, si può affermare che la donna islamica osservante ci guadagnerebbe di più in salute a prendere il sole nel cortile di casa e a fare il bagno nella vasca di casa sua.
 Ma il punto di base che più conta è questo: come si può definire libera una donna che se non si copre da capo a piedi non può uscire di casa? Come si può in un paese libero e democratico permettere questa limitazione della libertà, anzi giustificarla e favorirla, in nome di una  ipotetica e di fatto impossibile "libertà di vestirsi come si vuole"?
 La donna islamica non è libera di vestirsi come vuole, perchè burkini, burka, chador e fazzolettoni vari sono "divise" discriminanti, per religione e sesso, in quanto distintive e caratterizzanti le sole donne musulmane; "divise" volute e imposte, direttamente o indirettamente, per condizionamento culturale-religioso tradizionale dalle comunità islamiche. Sono quindi un forte ostacolo alla integrazione sociale e  lesive del principio di uguaglianza tra uomini e donne e tra le stesse donne di religione diversa.

3) Una  società  democratica e liberale non diventa tirannica  se emette norme  che vietano abusi e discriminazioni .
Un altro argomento sbandierato dai  critici dei divieti francesi si basava sulla tesi che non è con i divieti che si favorisce la libertà delle donne musulmane, ma bisogna favorire la evoluzione ed emancipazione  culturale.
E io rispondo: magari non ci fosse bisogno di divieti! Sarebbe bello  poter combattere le battaglie  sul piano culturale e sociale senza bisogno di ricorrere a mezzi coercitivi. Ma non vedo in giro alcun impegno per favorire questa emancipazione e evoluzione culturale, anzi vedo una rassegnata politica di resa  e assuefazione alle discriminazioni e pretese islamiche.
 In ogni caso, il genere umano è quello che è, e dovunque e in ogni tempo c'è stato bisogno di Codici, penali e civili, per definire ciò che è permesso e ciò che non lo è. La differenza tra uno stato democratico e un regime dittatoriale, teocratico o militare, sta nella diversa qualità delle leggi. Ci sono leggi "liberticide" e leggi "liberatorie" e queste ultime sono necessarie in democrazia e possono comprendere divieti e sanzioni per i trasgressori. Erano forse liberticide le leggi che vietarono la schiavitù? E' liberticida una norma che vieta di servirsi di un autobus senza pagare il biglietto? Non ci sono già norme che regolamentano l'uso di uniformi, di militari, sacerdoti o dipendenti di ditte nei luoghi di lavoro, in servizio o fuori servizio? Già qualche  norma che impedisce di vestirsi come si vuole, c'è e questo  non ci rende uguali ai regimi tirannici.
Fermo restando che servirà ben altro per cambiare la mentalità maschilista, oscurantista e medievale che sta dietro alle "divise" femminili islamiche, io resto del parere che un divieto ben argomentato di indossare  vistosi abbigliamenti distintivi di una religione (qualunque religione) nei luoghi pubblici, potrebbe dare l'opportunità alle donne islamiche residenti in Occidente di provare finalmente il piacere di sentirsi più belle e libere e ben integrate nella nostra società, liberandole di quelle coperture deprimenti che le isolano e condannano ad un ruolo e ad una immagine fuori del tempo presente ( perchè se aspettiamo che le liberino mariti e imam, o che si convincano loro stesse per emancipazione  culturale spontanea e veramente libera di scegliere senza subire ripercussioni punitive in famiglia, forse non ci arriveremo mai...)

mercoledì 15 giugno 2016

Cultura, tradizioni intoccabili e discriminazioni legittimate dalla religione

Ogni volta  che si scrive un articolo o un commento in cui si critica il persistere dell'uso del cosiddetto "velo" o fazzolettone di foggia varia che fascia la testa delle donne musulmane appena escono di casa o si mostrano in pubblico, ecco che salta fuori  l'equalitarista  a tutti i costi, difensore a priori di tutte le "culture" anche quelle  fossilizzate e costrette da tabù millenari immutabili, foss'anco di tagliatori di teste, dediti a pratiche di stregoneria, schiavismo e mutilazioni fisiche rituali. "Fa parte della loro "cultura" si dice per giustificarli, identificando il termine "cultura"  con "tradizione" e gli usi e i costumi di una tribù o di un popolo praticati da tempi immemorabili e mettendoli tutti sullo stesso piano di dignità e legittimità.
Ma si può definire "cultura" un sistema di credenze, valori, usi e costumi che non  cambiano mai,  anzi, che rifiutano a priori ogni cambiamento o possibile miglioramento, arroccandosi  nel "si è sempre fatto così"?
Non ci sarebbe stato su questa terra alcun progresso, alcun miglioramento economico e nei rapporti umani, civili e istituzionali, se tutti si fossero arroccati in questa difesa strenua del "si è sempre fatto così" e non si fossero invece eliminati via via tanti arcaici orpelli, idee, usi e costumi che si erano rivelati fonte di sofferenza o ingiustizie.
Io credo che si possa parlare di cultura e di civiltà quando un popolo è stato capace di evolversi, di migliorare, di arricchirsi di nuove idee  e strumenti capaci di garantire a tutti maggiori diritti, conoscenze e benessere; quando al suo interno ha saputo produrre  grandi pensatori, scienziati, legislatori, scrittori, artisti, uomini politici e statisti che hanno via via cercato di sconfiggere o almeno ridurre l'ignoranza, aperto strade nuove al progresso, favorito la pace e la collaborazione tra i popoli.
Gli innovatori, ma soprattutto i fautori della libertà di pensiero, hanno sempre trovato l'ostilità dei capi delle religioni (e quindi anche delle masse dei fedeli più osservanti e a loro obbedienti) perchè queste si basano proprio sul concetto della immutabilità e assolutezza delle cosiddette "verità rivelate",  volutamente intoccabili in quanto si presume, e si pretende di far credere, che sono state dettate (in sogni e visioni...) da un Dio in persona a patriarchi e profeti di millenni fa, appositamente  e imperscrutabilmente scelti da questo Dio a fare da suoi portavoce.
Nel complesso delle suddette "verità rivelate", che sono diverse da un popolo all'altro e da un dio all'altro, ci sono sempre precetti e insegnamenti di carattere generale che invitano a fare o perseguire il bene, la misericordia e altri buoni sentimenti che hanno svolto anche un ruolo positivo nelle società, ma ci sono anche altri precetti che invitano alla guerra contro gli infedeli o contro i popoli nemici o rivali di un singolo "popolo eletto" o benedetto dal suo Dio; e questo è stato causa di guerre infinite  tra popoli di religione diversa o  di altra setta scismatica della stessa religione, ognuno convinto di avere Dio dalla sua parte (poi vinceva il più forte, armato e agguerrito...).
Inoltre, c'è poi una caterva di norme del vivere quotidiano, riguardanti l'alimentazione, il vestire e il pregare, dettate dagli antichi profeti, o aggiunte da loro seguaci nei secoli successivi, che sono chiaramente il frutto delle convinzioni e degli usi e costumi in vigore nel tempo e nei luoghi in cui sono state scritte (tra l'altro nè Mosè, nè Gesù, nè Maometto hanno scritto di mano propria  le affermazioni e le leggi che vengono ad essi attribuite); per quanto riguarda  Bibbia, Vangelo e Corano, in aree del Medio Oriente  ancora in gran parte desertiche e popolate da clan e tribù di pastori e mercanti, rissose e da tenere unite e sottomesse con mano forte, e con regole rigide uguali per tutti, da rispettare pena la morte per i trasgressori. E poichè la religione si è sempre  coniugata con il potere politico non c'era scampo o spazio per altra scelta.

Le donne, fossero mogli, schiave o concubine, socialmente erano equiparabili più o meno alle pecore, ai buoi o ai muli posseduti, oggetto di concupiscenza e di commercio, viste con diffidenza e sospetto in quanto sempre "tentatrici" e possibili peccatrici, da Eva in poi, e quindi da tenere il più possibile  ristrette e confinate in casa o se uscivano dovevano tenere il capo coperto o l'intero corpo chiuso in una "tenda", per modestia e per non indurre in tentazione il maschio; esseri inferiori, nate da una costola d'Adamo e proprietà del padre o marito padrone. La pensava così l'arabo Maometto, fondatore dell'Islam, più o meno come il turco-siriano Paolo di Tarso (poi San Paolo), 600 anni prima di lui, primo teologo fondatore del cristianesimo, e prima ancora i patriarchi ebrei descritti nella Bibbia.

Ora, tornando alla questione del "velo" islamico, va ricordato che il suo uso nasce in questo contesto culturale -religioso millenario. Contesto che per questi dettami di vita quotidiana del vestire, del mangiare e del pregare è rimasto immutabile nel tempo nel mondo mediorientale, diventato per la quasi totalità a maggioranza islamica, nonostante le divisioni e le lotte tra sunniti e sciiti e altre fazioni diverse in cui si sono distinti dopo la morte di Maometto, fondando califfati e imperi ed espandendosi anche in parte dell'Europa, Asia e Africa, in alcuni casi anche come potere politico, in tanti altri solo come religione.
Arrivando ai giorni nostri, molte  cose sono cambiate anche nei paesi d'Oriente  e nel vivere quotidiano degli islamici; sono stati accettati tutti gli strumenti della modernità in campo tecnologico, telefoni e telefonini, televisione, computer, auto, aerei, armi sofisticaticate, pozzi di petrolio e centrali nucleari, anche se non erano previsti dal Corano, ma sull'atteggiamento e le norme restrittive nei confronti delle donne e sulla possibilità di libertà di pensiero e dalla religione non si transige e non si cambia. E  il fazzoletto in testa le donne lo devono ancora oggi portare, sia pur nelle forme diverse adottate nel tempo da tradizioni locali, che vanno dal famigerato gabbione nero detto burqa, a più civettuoli (ma sempre deprimenti e mortificanti) niqab e simili, cioè fazzolettoni o sciarpe, neri, o bianchi, o di colore, che fasciano testa e collo, eufemisticamente e impropriamente da noi definiti "velo", ma che non sono mai trasparenti perchè non devono lasciar intravedere i capelli (evidentemente ritenuti pericolosi richiami sessuali per maschi sensibilissimi e incontinenti...).

Negli Stati dove il Corano è legge il capo coperto per le donne è d'obbligo, negli altri stati a prevalenza islamica, ma con qualche apertura per altre culture  si dice che le donne sono libere di scegliere se portarlo o no; così come si dice siano libere nei paesi  occidentali dove sono presenti  ormai migliaia di famiglie di islamici immigrati.
Di fatto però il peso della tradizione ed educazione famigliare, di padri, madri e mariti,  e della influenza esercitata dalla religione predicata dagli imam che condizionano con la loro presenza tutte le comunità di immigrati di vecchia e nuova generazione, fa sì che quasi tutte le donne musulmane, anche le più giovani e istruite, continuino a circolare con la testa fasciata dai loro fazzolettoni appena escono di casa, per la strada, a scuola, nei luoghi di lavoro. Per "loro scelta" dicono, perchè così "si sentono se stesse" e "vicine a Dio"..
Ora mi sia lecito obiettare che appare piuttosto riduttivo e banale questo modo di vivere la religiosità, ed è ben strano che per sentirsi se stessa e vicina a Dio una donna del nostro tempo abbia bisogno di portare un fazzoletto in testa da mattina a sera per tutta la vita, come se  la spiritualità o una fede potessero racchiudersi in un pezzo di stoffa senza il quale la stessa fede non possa essere  pienamente vissuta. Come si possa credere che un Dio, o Allah, voglia questo dalle donne, mi pare fuori da ogni logica e buon senso.
E' evidente che è qualcun altro che lo vuole, cioè gli uomini, e soprattutto i capi religiosi e politici che lo considerano un simbolo distintivo della condizione della donna islamica, della sua sottomissione e fedeltà, alla religione e al marito, da esibire nella comunità e nella società. Per chi vive in Occidente è pure un simbolo identitario, da esibire con orgoglio, come fosse un trofeo o una bandiera che segna il territorio occupato in quanto islamici, prima che cittadini uguali a tutti gli altri.
L'effetto però è palesemente  discriminante, perchè imposto alle sole donne, e solo a quelle di religione musulmana.
E' lecito consentirlo in un paese dove  la Costituzione vieta le discriminazioni di carattere sessuale o religioso?
Nessuno si azzarda a proporne il divieto perchè teme di essere accusato di islamofobia e perchè ci si appella alla libertà di religione e alla libertà di vestirsi come si vuole.
Ma i fazzoletti che le  islamiche portano in testa (o i burqa che coprono pure corpo e viso) non sono copricapi o cappellini o cuffie qualsiasi di libera scelta, ma hanno una foggia e un significato preciso desunto da precetti religiosi e tradizioni settarie di altri luoghi, e sono sostanzialmente equiparabili a una divisa. Se lo si concede alle musulmane, si dovrebbe concedere  a chiunque  di altra religione o setta o etnia che volesse esibire la sua bandiera o tunica o  vistoso simbolo distintivo della propria tradizione o fede, per la strada, a scuola, in un tribunale e nei luoghi di lavoro. Vi immaginate che carnevale perpetuo e quante occasioni di diffidenza o ostilità e divisioni e ghettizzazioni, e come sarebbe più difficile l'integrazione?
Bene ha fatto quindi la Corte di Giustizia Europea che con una recente sentenza ha dato ragione ad una azienda che aveva vietato ad una sua dipendente di portare il "velo" nel luogo di lavoro ( e questa si era rifiutata e aveva fatto ricorso contro il licenziamento conseguente). Le motivazioni di quella sentenza hanno ben spiegato che non è discriminazione vietare di portare un vistoso simbolo religioso in un luogo di lavoro che deve essere neutrale e laico ugualmente per tutti, è discriminante volerlo portare.
Mi piacerebbe che questa sentenza fosse recepita anche nella nostra timorosa Italia, dove in tanti, laici e cattolici, "progressisti" poco progressisti perchè con la testa sempre rivolta all'indietro, sono sempre pronti a ricordare che anche le nostre donne in Italia  fino a qualche decennio fa portavano il fazzoletto in testa, e non solo in chiesa; quindi - si dice- non diamoci tante arie di superiorità.
Ma questo è vero fino a un certo punto.
Intanto perchè portare il fazzoletto in testa in pubblico non è mai stato un  obbligo di legge nazionale; lo è stato solo per le donne quando entravano in chiesa o assistevano a cerimonie religiose. Poi all'uscita il fazzoletto se lo toglievano. Da decenni ormai anche questo obbligo è caduto (rimane solo per le fedeli della Messa tridentina...) e tutte le donne entrano a capo scoperto. Solo in alcuni paesi di montagna o delle isole  alcune anziane continuano a portare il fazzoletto in testa per antica loro consuetudine, ma ovviamente libera e sempre più rara.

E' vero che  fino ai primi del '900 c'era la separazione dei posti in chiesa, con gli uomini da una parte e le donne dall'altra; e pure le aree di sepoltura nei cimiteri erano distinte tra uomini, donne e bambini. Come pure le scuole o le classi erano separate tra maschi e femmine, per criteri pedagogici allora in voga. Ma anche questo uso è caduto.
Si può ricordare anche che le donne, contadine, braccianti o mondariso, il fazzoletto in testa lo dovevano portare per necessità, per ripararsi dal sole e dalla polvere d'estate e dal freddo d'inverno. Ma che gioia e che liberazione quando se lo potevano togliere rincasando o andando a passeggio o a ballare!
 Insomma alle tradizioni anche millenarie, religiose o no,  si può e si deve rinunciare, quando si rivelano assurde, gravose e discriminanti. Chi ha il coraggio di dirlo agli islamici?
Perchè non si deve poter dire (senza essere accusati di islamofobia) che costringere le donne tutta la vita a star chiuse dentro un burqua, o anche solo con la testa fasciata, non è “cultura  diversa” ma “barbarie” o quanto meno retrograda "crudeltà mentale", da vietare in un paese civile e moderno? Anche se le donne ne sono state talmente indottrinate e abituate fin da piccole  che credono di doverlo portare per essere "buone mogli" e “buone musulmane”.
 C'è qualche musulmano illuminato, moderno e civile, che lo capisce e aiuta moglie e figlie a liberarsi da questo orpello inutile  e anzi dannoso, che fa tanta tristezza e dà un'immagine della donna musulmana deprimente e fuori del tempo?

domenica 22 maggio 2016

Due motivi semplici per votare NO: non mi piace la riforma, non mi piace Renzi

Viviamo in un mondo in cui  ormai al popolo è concesso di esprimersi soprattutto attraverso  un clic su piccole icone  che indicano il "mi piace" e  il "non mi piace". Ci aspetta un importante referendum su una legge di riforma  della nostra Costituzione che ci chiede di esprimere il nostro parere e il nostro gradimento (o non gradimento) con un SI', se ci piace, o con un NO, se non ci piace.
Se ne parla da tempo, e anche se mancano 5 mesi all'appuntamento, è già  iniziata la "campagna elettorale" dei sostenitori dei rispettivi schieramenti che hanno espresso ampiamente e pubblicamente le ragioni della loro scelta e futuro voto.
Ebbene, sentiti gli uni e gli altri, anch'io, semplice cittadino,  mi sono fatta una convinzione e dico: voterò NO, perchè "non mi piace" il contenuto della riforma e "non mi piace Renzi", il capo del governo che la propone e sostiene, legando la sua permanenza in carica al successo  del SI nel referendum, di fatto trasformando un quesito  sulla Costituzione in un improprio, per non dire illegittimo o quantomeno incostituzionale, plebiscito su se stesso e il suo governo.
Le motivazioni tecniche  di critica al contenuto della Riforma le hanno espresse molto meglio di quanto possa fare io Gustavo Zagrebelski e altri, in ampi interventi leggibili, ad esempio, ai link:


 


Di mio, con parole povere dico semplicemente che non mi piace il Senato che uscirebbe da questa riforma , un  pasticcio di organismo  composto da consiglieri regionali e sindaci che non potrà mai funzionare bene, se non nel garantire l'impunità  e la dignità senatoria  a  personaggi di fatto non democraticamente eletti, ma nominati grazie ad una pessima  legge elettorale, sia quella in vigore, sia quella proposta  con l"Italicum" che restringe  al minimo le possibilità di scelta per gli elettori.

Pasticcio che si aggiunge all'altro pasticcio della legge elettorale e della falsa abolizione delle Province, trasformate in quell'oggetto misterioso e farraginoso che sono le nuove "città metropolitane". 
Insomma si sta distruggendo un impianto istituzionale (bicameralismo, Regioni, Province, Comuni) fissato nella Costituzione da una benemerita Assemblea Costituente appositamente eletta; impianto che andava se mai  riformato  in modo più semplice, aggiornandolo per quegli aspetti di redistribuzione o limitazione di competenze e numero di eletti, che avevano rivelato nel tempo problemi di funzionamento e costi eccessivi; ma senza stravolgerlo e peggiorarlo.

 Non mi piace il clima che si è creato intorno a questo referendum, per responsabilità principale proprio del presidente del Consiglio Renzi, che sta forzando la mano per vincere a tutti i costi una consultazione refendaria  che spetta al popolo, non al Governo, mobilitando ministri e l'intero partito, il PD, di cui pure è il capo, con la pretesa del silenzio per la minoranza che è contraria fino alla data della consultazione. 
Ma è forse obbligatoria la disciplina di partito in un referendum costituzionale??!!
La consultazione popolare ne verrà fortemente condizionata e non sarà più libera,  se  chi governa userà tutti i suoi preponderanti poteri di propaganda  per far vincere la sua tesi. Basti vedere già in questi giorni la massiccia presenza dei comizi di Renzi e Boschi su giornali e Tv , e lo scarsissimo spazio lasciato agli esponenti dei comitati e delle voci più serie e argomentate a favore del NO, preferendo la Tv dare spazio alle estremistiche manifestazioni di Casa Pound o alle  rabbiose esternazioni di Brunetta, in questo modo volutamente squalificando o mettendo in cattiva luce le vere ragioni e motivazioni ideali e politiche di chi voterà NO, che non sono certo le stesse per tutti.

 Io non cerco poltrone nè inciuci, caro Renzi; le poltrone le stai occupando tutte tu coi tuoi fedelissimi e gli inciuci li hai fatti tu, con gli Alfano e i Verdini (e prima col patto del Nazareno berlusconiano) per concordare e fare approvare leggi discutibilissime; abbi quindi il pudore di non attribuirli agli altri.
Dico NO, perchè è una riforma che non serve a nulla per la soluzione dei veri e gravi problemi del Paese, corruzione, illegalità e mafie imperanti, difficoltà  economiche  e disoccupazione persistente, disagio sociale e sfiducia nella politica, massiccia e incontrollata immigrazione, terrorismo e sicurezza; ma crea altri problemi  alla tenuta della democrazia e alla possibilità di rappresentanza popolare.

La Monarchia  gli italiani l'hanno giustamente "rottamata" nel 1946 col primo referendum istituzionale  e io non ho nessuna nostalgia o voglia di riesumarla nella forma che sembri prediligere tu con le tue "riforme"e il tuo metodo di fare politica.

Non sono d'accordo con Massimo Cacciari che se ne esce con la contradditoria affermazione che la riforma "è una puttanata", ma che lui voterà ugualmente per il SI'. No caro filosofo, non ragioni bene, e tradisci quello che è lo scopo di un referendum  in materia costituzionale, che è fatto apposta perchè ogni elettore faccia sapere se ritiene che una riforma sia ben fatta o no, e se valga la pena cambiare la Costituzione vigente nel modo proposto. Se si ritiene che la riforma sia brutta e peggiorativa si ha l'obbligo morale di votare NO.

Non sono d'accordo con Eugenio Scalfari  che nel più recente articolo sull'Espresso si arrampica sugli specchi della dialettica  per  tappare la bocca ai giudici, visto che alcuni  hanno espresso critiche alla riforma  e manifestato l'intento di votare per il NO, arrivando a ipotizzare che questi giudici possano poi essere non imparziali nel giudicare lui stesso o altri cittadini a seconda di come abbiano votato al referendum...!!! Oltre che offensiva per l'intera categoria della magistratura, che dire e che fare allora di quei magistrati e costituzionalisti che hanno collaborato alla stesura della riforma o si sono espressi a favore? Dovevano farlo in clandestinità?

Infine, merita appena un cenno di biasimo la lettera dell'ondivago e ambiguo   Claudio Velardi indirizzata "ai militanti" del PD perchè si mobilitino per il SI' ,  "glissino" sulle pagine dei giornali "che vi spiegheranno male la riforma... scorrete fugacemente  le alate contestazioni dei 56 costituzionalisti" che si sono espressi per il NO. Insomma, fidatevi di noi e non perdete tempo ad ascoltare  le ragioni degli altri. Poco ci manca che concludesse col motto "credere, obbedire, combattere" . 

Già, perchè si è fatta strada e si spinge sull'idea che "dopo di noi, o senza di noi, il diluvio"; ovvero l'ingovernabilità dell'Italia, che, poverina, ha già avuto in 70 anni 63 governi e non arebbe altra scelta che tenersi il 64°, qualunque cosa faccia, bene o male.
Personalmente invece credo che qualunque sia l'esito del referendum  Renzi troverà il pretesto per restare comunque in carica (me lo chiede il Paese... me lo chiede l'Europa...me lo chiede Mattarella - dirà- magari  a seguito di qualche disgrazia o catastrofe naturale o di sicurezza nazionale che non mancano mai al momento opportuno).
In ogni caso, nell'evenienza di una vittoria del NO, anche se Renzi  tenesse fede alla parola data e ripetuta, e si dimettesse, dirò, come dice sempre lui: "ce ne faremo una ragione" .
Se l'Italia è sopravvissuta ai precedenti 63 governi (con 26 presidenti del Consiglio), tutto sommato sempre andando avanti, sia pure a zig zag, e mandando a casa  capi di governo anche un tantino più seri e preparati di lui, sopravviveremo anche  alle sue dimissioni.