lunedì 1 giugno 2015

Un'altra vittoria di Pirro per il PD

E' in pieno svolgimento l'ultimo atto  del penoso teatrino della politica italiana,  con i commenti a caldo sui risultati delle elezioni  di ieri in 7 Regioni. E ci aggiungo il mio.
Ho appena ascoltato, con sofferenza, le dichiarazioni ufficiali in rappresentanza del PD della vicesegretaria Debora Serracchiani, del Presidente  del PD Matteo Orfini (ex "giovane turco"  pienamente convertito alla causa renziana e mansueto come un agnellino da quando ha ricevuto la carica) e di renziani di ferro come Guerini o Carbone e altre. Chi in vecchio stile politichese-dalemiano, chi in stile Biancofiore (nel senso di amazzone  veteroberlusconiana  in versione pro-Renzi) e chi più aggressivo, ma tutti col dente avvelenato contro la minoranza "di sinistra", e tutti pronti nel definire quella del PD una "vittoria ", perchè i suoi candidati hanno avuto la maggioranza in  5 regioni su 7. In apparenza, se ci si ferma a questo dato, potrebbero avere ragione.

Ma di dati ne sono emersi anche altri, e molto preoccupanti, tanto che per il PD, e per Renzi, segretario del partito oltre che capo del governo, questa  può essere considerata una  dolorosa "vittoria di Pirro", per le perdite che  ha subito. Tanto da far sembrare la sua  tempestiva trasferta in Afghanistan, in orribile giacca mimetica su jeans, una fuga da una realtà  che non sa come affrontare.
Naturalmente di un cenno di autocritica o di riflessione su eventuali proprie responsabilità per i dati negativi emersi, pur evidenti, neanche l'ombra. Si parla invece di "resa dei conti" e di punizione dei presunti "colpevoli" (gli altri, quelli in minoranza, ovviamente...)


- ASTENSIONE  primo partito, di maggioranza quasi assoluta.
Un altro calo di votanti del 10% rispetto alle elezioni precedenti (già molto disertate) ha portato la percentuale dei votanti a poco più del 50%. Checchè ne dicano Renzi  e il suo plotone di fedelissimi, questo è un dato di fatto che testimonia un'ulteriore disaffezione e sfiducia  degli italiani per  tutta la classe politica in carica e candidata, e anche una manifestazione di sfiducia in particolare per Renzi e per il suo governo.
Le sue "riforme" e il suo tenace proposito di "cambiare l'Italia", visti i modi e i contenuti   imposti finora, non sono piaciuti  a metà degli italiani. A torto o a ragione, e secondo me, a ragione. In ogni caso, chi governa, deve tener conto dell'espressione di malcontento e sfiducia nei suoi riguardi, da parte dei cittadini elettori. Le elezioni in democrazia servono a questo.
Invece, secondo il suo stile, Renzi dirà, anzi l'ha già detto,  che non è cambiato nulla e che lui "non molla" e "va avanti a cambiare l'Italia" a modo suo ovviamente,  come niente fosse successo; ma sbaglia. Errare è umano, perseverare è diabolico.
Purtroppo gli uomini di potere, che amano il potere fine a se stesso,  non fanno mai autocritiche, non cambiano metodo e non si dimettono mai, ma portano le loro sfide e prove di forza fino all'estremo limite, finchè  la corda non si spezza, o qualcuno più forte di loro  li batte.

- CALO DEL PD come partito.
Renzi finora ha campato di rendita su un precedente 41% di voti  ottenuti dai candidati PD alle elezioni europee,  sorvolando sul fatto che quelli non erano stati voti per lui e per il suo governo  di "larghe intese" e "patto del Nazareno" con Berlusconi, se non indirettamente e in parte. Ora però da queste elezioni regionali, dopo oltre un anno di gestione sua, emerge che il PD nelle liste di partito ha avuto percentuali molto basse, intorno al 22% in media, quindi il consenso per il partito di cui è  segretario è calato di molto. Si parla di 2 milioni di voti in meno rispetto a qualche anno fa e alla gestione Bersani. E lui come segretario non può non tenerne conto e se ne deve assumere la responsabilità.
Quantomeno dovrebbe  dimettersi da questa carica, visto anche  come  ha gestito malamente le candidature, sia quelle vincenti che quelle perdenti, e soprattutto come ha gestito i rapporti con  le minoranze, "di sinistra" o comunque dissenzienti su tante riforme istituzionali importanti, esaperando sempre i toni, sfidando sindacati, lavoratori e vecchi militanti e sbeffeggiando ogni giorno con battute sprezzanti  come "gufi" e menagramo chiunque non condividesse le sue scelte,  portando figure storiche del PD come Cofferati e  giovani  dissidenti  come Civati  e altri, fuori dal partito o sul limite di rotture e scissioni.
Dare oggi la colpa alla "sinistra" della lista Pastorino se ha perso la maggioranza in Liguria, regalandola al centrodestra di Giovanni Toti, portavoce quasi maggiodomo di Berlusconi, è il colmo dell'assurdo se non del ridicolo.  E' tutta la gestione del potere PD in Liguria, passata e recente, che ha portato ad una candidatura sbagliata, nel modo sbagliato (primarie concordate con frange di destra...) e quindi ad una rottura e divisione e disaffezione degli elettori di sinistra che non si sono sentiti rappresentati dalla Paita.
L'accusa contro la sinistra dissidente di aver favorito Berlusconi, pronunciata da chi, come Renzi, sull'alleanza con Berlusconi ha costruito il suo  successo, la sua linea politica, il programma di riforme e la sua scalata a capo del governo di "larghe intese", è un ulteriore segno di arroganza e di ribaltamento delle carte.
I governatori del PD che hanno vinto, come Emiliano in Puglia  e Rossi in Toscana, sono figure quasi "storiche" di un PD di mezza età, poco renziane e  più uliviste, con forte radicamento personale sul loro territorio e alleate con la vituperata (da Renzi) "sinistra".
L'unica "giovane" renziana (sia pur di penultima ora), Alessandra Moretti, ha perso sonoramente, e non c'era una lista Pastorino a toglierle voti, anzi  c'era un centrodestra diviso che  ciò nonostante ha stravinto con Zaia...
Insomma, per dirla  spiccia, il poco illuminato disegno renziano di cambiare il PD, modificandolo geneticamente per  disfarsi della vecchia  e nuova sinistra e per imbarcare elettori e politiche di destra, si è rivelato un flop.
 Perchè ha perso voti a sinistra, favorendo una buona affermazione generale del M5S, ma non ha conquistato quelli di destra o di centro, che sono in parte tornati all'ovile dietro il bonario Toti o Zaia, o dietro l'estremista leghista Salvini; o, pure loro in tanti, non sono andati a votare.

La "vittoria" dell'inquisito De Luca in Campania e il linciaggio della Bindi
Un caso a parte, ma comunque molto significativo  del dramma  del Pd in Campania, con pesanti riflessi nazionali, è quello emerso con la forzata candidatura di Vincenzo De Luca. Con la sua ossessiva convinzione di  volere e dovere vincere  a tutti i costi anche in Campania, non importa come e con chi,  Renzi ha accettato e poi sostenuto la candidatura di un personaggio potente, popolare ma ambiguo, vincente alle primarie con il concorso di elementi di destra fascista e  del clan  cosentiniano, e gravato da un paio di imputazioni che lo rendevano politicamente inopportuno, "impresentabile" e non eleggibile secondo la legge Severino.
Forzatura politicamente molto gravosa per l'immagine di un PD "pulito"  che dovrebbe essere difensore della legalità e della legge uguale per tutti. Forzatura  aggravata  nell'ultimo giorno di campagna elettorale con  il linciaggio mediatico e dichiarazioni  da codice penale di alcuni esponenti PD, De Luca in testa, contro la Bindi, presidente della Commissione Antimafia che, nell'esercizio, legittimo, delle sue funzioni, unanimemente accettate e condivise fino a qualche ora prima, aveva reso pubblico un elenco di candidati con pendenze giudiziarie, tra cui, appunto, De Luca.
Poi De Luca, come prevedibile,  ha vinto lo stesso (e i cosentiniani esultano); ma adesso  si dovrebbe sospenderlo  in applicazione della legge Severino, e tocca proprio a Renzi (ancora in giacca mimetica!?) firmare l'atto. Se non lo firmerà e troverà un escamotage per salvare De Luca e la sua "vittoria", un'ombra molto scura graverà sulla credibilità del Pd come partito della legalità e dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. 
Ho ascoltato l'intervento minaccioso e vendicativo di De Luca contro la Bindi, e ho ascoltato le ragioni espresse dalla Bindi.
Io sto, ancora una volta, con la Bindi.
Un partito che "rottama" a senso unico solo chi non piace o non ubbidisce al capo, e che sostiene invece un De Luca non è il mio partito.

Conclusione
Hanno "vinto" tutti i partiti, a sentir loro, ognuno secondo il suo punto di vista; ma si naviga a vista nella confusione  ideologica e programmatica più totale, a destra, come a sinistra o al centro.
Così  hanno perso un'altra occasione tutti gli italiani, soprattutto quelli che vorrebbero essere rappresentati e votare per candidati che si battano per una precisa e chiara linea politica e un'idea di società a cui si aspira.
Hanno perso tutti gli italiani che aspettano ancora dagli eletti che vengano risolti problemi gravissimi come il debito pubblico che cresce, la disoccupazione, la corruzione e le mafie  sempre potenti e dilaganti, i ritardi su una legislazione laica che tuteli i diritti civili, l'immigrazione incontrollabile,  l'espansione dell'estremismo islamico e le relative complicazioni internazionali, ecc. ecc..



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